la deriva della maleducazione
La rivoluzione silenziosa delle buone maniere (e non c’entra il perbenismo)
Autenticità, misura e rispetto come atti sovversivi in un contesto di violenza verbale che parte dai social e diventa contagiosa
Esiste una rivoluzione gentile che non grida. Non occupa piazze, non agita bandiere, non infiamma la timeline dei social. Si esercita nei modi, nella misura delle parole, nella fedeltà ai fatti, nella cura verso chi sta dall'altra parte di un tavolo o di uno schermo. Possiamo chiamarla la rivoluzione gentile delle persone autentiche e perbene.
In un tempo in cui il 54% degli italiani teme la disinformazione - secondo quanto sostiene il Digital News Report 2025 di Reuters Institute - dove politici e influencer, rispettivamente al 37% e 42%, sono percepiti come i principali veicoli di bufale e di “fake news”, la decenza può tornare ad essere un atto sovversivo.
La metanalisi pubblicata dall'Annual Review of Organizational Psychology (a gennaio 2026) stima al 75% la prevalenza dell'inciviltà sul lavoro; lo SHRM Civility Index, pari a 48,6 nell’ultima rilevazione a fine 2025, segnala un incremento di atti incivili in ambito lavorativo. La Mappa dell'Intolleranza Vox-UniMi (aggiornata a marzo del 2026) certifica che le donne sono al 37% bersaglio dei discorsi d'odio online e che l'antisemitismo è passato dal 6,59% al 29% in tre anni.
Sono numeri che disegnano l'ecosistema dentro cui essere autentici e perbene oggi è scelta morale, dunque politica.
Perbene, però, non è perbenismo, quella forma di ipocrisia in giacca e cravatta che è prescrittiva con gli altri e diventa assolutoria con sé. La persona perbene è invece auto‑esigente ma generosa con l'altro. Sta agli antipodi di quanto descrive il filosofo Byung‑Chul Han nel libro “L'espulsione dell'Altro” (2017): nella società dell'Uguale, così la chiama lui, dove l'iperconnessione cancella la differenza, l'incontro vero - destabilizzante e vivificante - è bandito a favore di uno specchio narcisistico. Invece, la persona autentica restituisce l'Altro alla scena.
Inoltre, l'autenticità è ribellione. Lo capì Václav Havel nel libro “Il potere dei senza potere” (1978): vivere nella verità, in un sistema fondato sulla menzogna, è già rivoluzione. Lo scriveva pure Albert Camus (1951): il ribelle è chi dice no, ma traccia anche una linea che difende. Charles Taylor, nell'Etica dell'autenticità (1991), ricorda che essere se stessi non è narcisismo, ma vocazione morale dentro orizzonti condivisi. A sua volta, Hannah Arendt (1963) sosteneva che contro la banalità del male - oggi pure banalità dell'algoritmo, dell'opportunismo, dell'irresponsabilità pubblica - l'unico argine è la responsabilità personale.
L'agenda di questa rivoluzione è fatta di gesti minuscoli e potenti. Ascoltare sempre prima di rispondere; verificare e solo dopo condividere; citare opportunamente le fonti; riconoscere il merito altrui; non strumentalizzare le persone; dire no quando serve; accogliere la "negatività dell'Altro" come una ricchezza.
Nei luoghi di lavoro significa smettere di confondere autorità con prepotenza, efficienza con cinismo, leadership con manipolazione. Nello spazio pubblico, dominato da politici e influencer, significa rifiutare la scorciatoia dell'urlo e restituire al dibattito la complessità che i social mortificano in slogan di propaganda.
Le buone maniere non sono galateo, ma infrastruttura della civile convivenza. In assenza di civility, ricorda l’indagine SHRM, il costo giornaliero per le imprese statunitensi è di circa 2,3 miliardi di dollari. Ma il punto vero non è economico. Essere persone autentiche e perbene è il più affidabile indicatore della nostra coscienza psicologica, morale e collettiva. È il segnale che non ci siamo lasciati colonizzare dalla logica dell'uguale e della prestazione, che sappiamo ancora fermarci, ascoltare, rispondere con misura.
Lo ha ricordato pure don Vittorio Rocca nel suo scritto “Al di qua del bene e del male” (2025) che ho avuto il piacere di presentare in modalità dialettica insieme all’intelligenza artificiale.
Forse è proprio questa la rivoluzione possibile, oggi. Silenziosa, ostinata, contagiosa. Una rivoluzione delle buone maniere che, a sorpresa, è la più radicale di tutte.