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3 maggio 2026 - Aggiornato alle 11:09
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La riflessione

Le guerre “dimenticate” e l’inadeguatezza dell’Onu nel nuovo scenario

Oltre cinquanta conflitti invisibili: il collasso del diritto internazionale e la sfida della riforma Onu

03 Maggio 2026, 10:29

10:30

Le guerre “dimenticate” e l’inadeguatezza dell’Onu nel nuovo scenario

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Mentre l’attenzione mediatica e politica si concentra quasi esclusivamente su alcuni grandi fronti - in particolare l’Ucraina, il Medio Oriente, le tensioni con l’Iran - non si può tuttavia ignorare un dato sul quale ci dovremmo almeno soffermare. Nel mondo sono attualmente in corso oltre cinquanta conflitti armati (uno dei dati più alti dalla Seconda Guerra Mondiale in poi), molti dei quali pressoché invisibili all’opinione pubblica occidentale. Vengono definite “guerre minori”, ma sono tali solo per chi le osserva da lontano, dal momento che questi conflitti -- che spesso non trovano conclusione finendo per diventare endemici - hanno effetti devastanti per milioni di persone che ne subiscono quotidianamente le conseguenze.

Questa proliferazione di conflitti dimenticati (dalla guerra civile in Sudan, entrata ormai nel suo quarto anno, ai recenti disordini in atto in Mali, giusto per citare due esempi) non è soltanto una questione di distrazione mediatica. È il sintomo di una crisi più profonda del sistema internazionale, che appare sempre più incapace di prevenire, gestire e risolvere le tensioni.

A ottant’anni dagli accordi che portarono alla creazione del sistema delle Nazioni Unite, che avevano gettato le basi dell’ordine globale del secondo dopoguerra, è evidente che quell’architettura istituzionale non è più adeguata a un mondo radicalmente cambiato.

All’epoca, il sistema si fondava su un equilibrio di potere relativamente stabile e su un numero limitato di attori dominanti. L’assetto bipolare che sembrava cristallizzato durante la Guerra Fredda era stato poi rimpiazzato dall’unipolarismo che vedeva gli Stati Uniti unica superpotenza globale. Il politologo Francis Fukuyama aveva parlato di “fine della storia” preconizzando che il modello liberal-democratico occidentale avrebbe avuto il sopravvento ovunque; ma tale previsione si rivelò fatalmente errata. Oggi assistiamo invece a una moltiplicazione dei centri di potere, all’emergere di potenze regionali, al ritorno della competizione tra grandi Stati e, soprattutto, alla diffusione di attori non statali - milizie, gruppi armati, organizzazioni terroristiche - che sfuggono alle regole tradizionali del diritto internazionale.

Il risultato è un quadro normativo sempre più fragile. Il principio di sovranità territoriale, pilastro dell’ordine internazionale, viene messo in discussione con crescente frequenza. Le violazioni delle frontiere, le annessioni de facto, le interferenze esterne nei conflitti interni sono diventate pratiche meno eccezionali di quanto si vorrebbe ammettere. Parallelamente, il diritto internazionale umanitario, che dovrebbe garantire la protezione dei civili e limitare gli effetti della guerra, viene spesso ignorato o aggirato. Ed è così che il sistema multilaterale, su cui si era sorretta la convivenza - più o meno pacifica - di questi ultimi decenni, sta venendo meno. C’è chi attribuisce la colpa di questa dinamica a Donald Trump ma in realtà il Presidente americano, con il suo approccio muscolare e certamente poco “ortodosso”, sta solo accelerando un processo che era già in atto da tempo.

I conflitti “dimenticati” sono uno dei sintomi più evidenti di questa degenerazione del diritto internazionale. Infatti, gli strumenti per risolvere queste guerre - o quantomeno per incanalarle verso metodi pacifici per la risoluzione delle controversie - esistono e sono a disposizione degli Stati, che però in molti casi preferiscono non utilizzarle. Pensiamo ad esempio ai caschi blu dell’Onu e alla missione Unifil in Libano: se queste forze di peacekeeping finiscono per essere vittime collaterali di una delle parti in causa, è evidente che il sostegno agli strumenti multilaterali viene meno dalle sue stesse fondamenta.

Che fare, dunque? Servirebbe rifondare il diritto internazionale su basi più attuali, che tengano conto dei mutati rapporti di forza senza però escludere i Paesi in via di sviluppo. Uno degli assi portanti potrebbe essere un Consiglio di Sicurezza riformato, che includa anche altri membri e preveda meccanismi di funzionamento più agili che consentano di superare l’attuale potere di veto riservato ai membri permanenti. Inoltre, pur nel riconoscimento di interessi e sfere di influenza reciproche, occorrerebbe riaffermare l’inviolabilità di alcuni principi cardine, quali l’inviolabilità delle frontiere, la tutela dei civili, la responsabilità degli Stati.

In questo preciso momento sembra ancora prematuro riuscire a raggiungere tali risultati, ma l’auspicio è che nei prossimi anni -- alla fine di questo periodo così fluido per le relazioni internazionali - si creino le condizioni per una nuova fase di stabilità. Potenze “medie” come la stessa Italia possono lavorare insieme per favorire questo processo, da cui potrebbero trarre tutti beneficio. È un bene che il nostro Paese - all’interno dell’Unione Europea - rimanga tra i principali sostenitori del multilateralismo e che mantenga il faro puntato sul rispetto di alcuni valori inderogabili, seppur nell’ambito di un mondo che è irrimediabilmente cambiato.