Riflessione
Olivetti, la scuola dimenticata del management illuminato rigorosamente made in Italy
Come un modello italiano anticipò il management responsabile
Quanti sono, oggi, i manager italiani? Nel solo settore privato lavorano circa 130mila dirigenti e 510mila quadri, età media 52 anni, per il 70% al Nord; sommando i circa 296mila dirigenti pubblici si superano abbondantemente gli 800mila manager attivi. Sul totale degli occupati, rappresentano il 3,6% (in Francia: 6,8%). Una platea, prevalentemente maschile (71% in media) che ogni giorno decide come si fa impresa nel Paese. Vale la pena chiedersi quale “scuola” l'abbia formata, e quale possa ancora insegnarle qualcosa.
La risposta non intuitiva porta a Ivrea. Camillo Olivetti fondò l'azienda nel 1908; suo figlio Adriano (1901-1960) ne fece un laboratorio dove convivevano produttività industriale, ricerca, design, urbanistica, welfare e cultura. Prima della Lettera 22, della Divisumma 24 e dell'Elea 9003 - il primo elaboratore elettronico interamente progettato e prodotto in Italia - Olivetti costruì qualcosa di più raro: un modello d'impresa in cui la responsabilità sociale non era un correttivo a posteriori, ma il presupposto generativo della strategia.
Quel modello sopravvisse al fondatore per almeno due decenni. Dalla “scuola Olivetti” uscì una generazione di manager che ha segnato l'industria italiana. Marisa Bellisario (1935-1988), entrata in azienda neolaureata come programmatrice dell'Elea 9003, divenne la prima vera top manager del Paese: dopo General Electric e il rientro in Olivetti come direttrice della pianificazione strategica, guidò la Olivetti Corporation of America e poi Italtel, dove la quota femminile sui laureati passò dal 5% al 27%.
Ottorino Beltrami, Elserino Piol, Vittorio Cassoni, Mario Caglieris, Franco Debenedetti, Roberto Olivetti, Natale Capellaro, Federico Faggin, Bruno Lamborghini sono manager ex Olivetti che hanno traghettato competenze e cultura gestionale ben oltre Ivrea. Non a caso nel 1967, su iniziativa dell'economista Giorgio Fuà, nasceva ad Ancona l' Istituto Adriano Olivetti, tuttora fra le più longeve business school italiane, esplicitamente ispirato all'idea olivettiana di efficienza inseparabile da etica e rispetto delle persone.
Quella cultura aveva tratti precisi: selezione su talento, creatività e curiosità più che su ristrette competenze tecniche; integrazione fra crescita professionale e crescita umana del lavoratore; design come investimento, non come ornamento; comunità territoriale come stakeholder, non come esternalità.
Poi la storia ha imboccato un'altra strada. Dagli anni Ottanta il management privato italiano si è allineato agli standard di matrice anglosassone, con forte attenzione alla finanza e agli interessi degli azionisti. La responsabilità sociale è stata spesso interpretata come corollario riparativo a politiche aggressive sul piano competitivo: buone intenzioni, ma a valle delle decisioni strategiche, non a monte.
Nel gennaio-febbraio 2011 Michael E. Porter e Mark R. Kramer pubblicarono sulla Harvard Business Review l'articolo “Creating Shared Value”, insignito del McKinsey Award. Divenuta oggi mainstream nel dibattito su management responsabile e sostenibilità, la tesi è che il successo aziendale e il progresso sociale siano interdipendenti e che il valore vada generato - non redistribuito - affrontando i bisogni della società attraverso la stessa strategia competitiva.
A leggere bene, è un cambio di paradigma che a Ivrea era stato anticipato di mezzo secolo. È paradossale, e un po' indicativo della nostra distrazione storica, che importiamo come novità un'idea che la scuola Olivetti aveva praticato - con prodotti, profitti e mercati - quando ancora non si parlava di organizzazioni “purpose-driven” e di bilanci di sostenibilità.
Prima di rincorrere paradigmi altrui, varrebbe la pena rileggere bene i nostri. Incluso quello di Enrico Mattei, presidente dell’Eni. Non fece in tempo a creare una scuola di management pubblico, ma lui si era già dimostrato visionario, innovativo e capace di “disobbedienza strategica” nei confronti di una politica spesso troppo invadente e autoreferenziale.