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L'opinione

“Next Sicilia” è l’Autonomia al tempo di Bruxelles

Ottant’anni dopo: come ridare alla Sicilia un’autonomia rinnovata, europea e orientata allo sviluppo

15 Maggio 2026, 12:17

“Next Sicilia” è l’Autonomia al tempo di Bruxelles

Cosa resta della nostra Autonomia statutaria ottant’anni dopo la sua approvazione? Intervenendo sulle colonne de “La Sicilia” a proposito della riforma delle Province, e poi anche in altre occasioni, ho più volte sostenuto che ormai resta molto poco. Negli anni, infatti, la Corte costituzionale ha chiarito due principi: ogni norma dello Statuto va letta insieme alla Costituzione e agli obblighi internazionali, soprattutto quelli europei; inoltre, sebbene lo Statuto abbia rango costituzionale, esso può essere modificato implicitamente da successive revisioni costituzionali, come accaduto con la riforma del Titolo V.

Da questa premessa nacque la mia proposta di aprire una stagione costituente per la revisione dello Statuto. Non era un’idea astratta: il Friuli-Venezia Giulia, ad esempio, ha seguito questo percorso riuscendo persino a ricostituire gli Enti intermedi. Oggi quella riflessione è ancora più necessaria davanti all’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni ordinarie.

La domanda è semplice: possiamo finalmente aprire un confronto serio? Oppure dobbiamo lasciare che l’autonomismo siciliano resti ostaggio di una politica regionale immobile e della perenne rappresentazione della Sicilia come terra di privilegi?

Per capire cosa debba diventare oggi l’Autonomia, bisogna ricordare perché nacque nel 1946. Non solo per contenere le pulsioni separatiste, ma soprattutto per colmare il divario economico e sociale con le aree più sviluppate del Paese. Per questo lo Statuto fu poi riconosciuto dalla Costituzione repubblicana come legge di rango costituzionale. L’obiettivo era ridurre le distanze e l’articolo 14 attribuì alla Regione competenze legislative esclusive nelle materie decisive per lo sviluppo: agricoltura, foreste, industria, commercio, urbanistica, lavori pubblici, miniere, pesca, turismo e beni culturali. In quelle competenze si immaginava il motore della crescita economica siciliana. Non mi soffermo qui sul tema fiscale e tributario, né sul percorso che ha consentito di chiudere i contenziosi finanziari con lo Stato e di avviare, durante il governo Musumeci, il ripiano del disavanzo poi consolidato dall’accordo Stato-Regione raggiunto nei primi mesi del governo Meloni.

La questione oggi è un’altra. Se l’obiettivo di azzerare il divario con il Nord non è stato raggiunto; se lo strumento autonomistico è apparso limitato; se si sostiene che l’autonomia vada rilanciata o abolita, allora bisogna chiedersi dove si giochi davvero la sfida dello sviluppo. Naturalmente resta fondamentale il rapporto con lo Stato, come dimostrano iniziative quali la Zes unica. Ma negli ultimi anni la Sicilia ha mostrato una capacità di crescita superiore alla media nazionale soprattutto grazie agli investimenti europei, alla qualità della programmazione e alla resilienza del sistema economico locale. Le risorse decisive non provengono infatti dal bilancio regionale né dai trasferimenti statali. Senza il quadro regolatorio dell’Unione europea e senza le politiche di coesione, immaginare un reale avvicinamento della Sicilia al resto d’Italia sarebbe impossibile. E questo vale non solo sul piano finanziario ma anche su quello normativo.

Le principali attività produttive previste dallo stesso articolo 14 dello Statuto sono ormai profondamente condizionate dalle politiche europee: agricoltura, pesca, industria, ricerca, energia, mercato interno, appalti pubblici. In questi settori la regolazione comunitaria prevale ormai su quella nazionale. La tutela del nostro sistema produttivo passa quindi da Bruxelles molto più di quanto ieri passasse soltanto da Roma. Per questo non basta trasformare l’autonomia in un simulacro identitario, ignorando che il mondo del 2026 non è quello del 1946. Le istituzioni nazionali ed europee sono profondamente cambiate e lo Statuto deve essere ripensato dentro questo nuovo equilibrio. Ecco perché una nuova stagione costituente dovrebbe puntare a una profonda revisione dello Statuto, sfruttando proprio il suo rango costituzionale per dare alla specialità siciliana una dimensione europea. Una specialità capace anche di rafforzare lo Stato davanti alle spinte centralizzatrici che attraversano oggi l’Unione europea, con il rischio di sottrarre risorse e governance ai livelli territoriali.

Negli anni la politica siciliana ha avuto pulsioni autonomiste, ma non è mai riuscita a costruire un nuovo Statuto. Resta così la paralisi del presente. Forse questa legislatura potrà almeno compiere un primo passo avanti se il presidente dell’Assemblea regionale, Gaetano Galvagno, riuscirà a modernizzare il regolamento parlamentare limitando il ricorso al voto segreto. Ma il vero compito affidato al Parlamento siciliano è avviare la stagione della riforma dell’Autonomia, con una discussione moderna e trasparente. Potremmo chiamarla, in omaggio al Next Generation EU, la stagione della “Next Sicilia”: il progetto di una Regione che rilancia la propria autonomia dentro l’Europa e nel Mediterraneo; che guarda ai milioni di siciliani che hanno avuto successo nel mondo; che supera privilegi inutili; che ridefinisce le proprie competenze legislative e amministrative; che dialoga con Bruxelles, Malta e Cipro, con Tunisi, Rabat e Algeri. L’Autonomia deve tornare a essere una grande questione sociale e culturale. Celebrare questi ottant’anni ha senso solo se ci chiediamo quale ruolo vogliamo avere nel mondo di oggi. Altrimenti, al diritto di restare - il “right to stay” evocato da Raffaele Fitto - continuerà a contrapporsi una politica autoreferenziale, incapace di guardare al futuro perché troppo impegnata a rigenerare se stessa.