il commento
Il coraggio delle donne nel nome della pace
“Voci di donne dal Mediterraneo” è il nome della rassegna, che dopo altri quattro incontri, ha visto oggi a Cefalù il suo penultimo appuntamento
Il Mediterraneo. Mare… mi hai nascosto mille bugie e tante verità… non esistono né ombre né luci… ma solo il nostro bisogno d’amore. I versi sono di Alda Merini, mistica e pagana, la poetessa degli esclusi, che ha attraversato il dolore, specchiando la sofferenza umana nel mistero della Croce. Prorompe la bellezza dell’animo di una donna tormentata e criticata, forte della sua immediatezza, nella brutalità della cronaca dei nostri giorni, con le mille sponde affacciate sul nostro piccolo grande mare, alla ricerca di una convivenza di pace, tuttora negata.
La citazione della Merini da parte di chi scrive, forse inattesa, trova un perché anche a proposito dell’Accademia “Via Pulchritudinis ETS” (la Via della Bellezza), fondazione di radice religiosa, promotrice nello scorso gennaio di un convegno nella Basilica di Cefalù su “Mediterraneo, mare di pace?”, ospite di riguardo il Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Dinanzi al dramma attuale di guerre, soprusi e migrazioni dolorose, tra onde sorde all’umanità, vanno infatti demolite soprattutto le ipocrisie e gli inutili pudori. Per costruire la pace attraverso l’inclusione socioculturale e il dialogo interreligioso a partire dai tre monoteismi: Cristianesimo, Ebraismo e Islam, necessita infatti l’appoggio della conoscenza dei fatti e delle narrazioni intellettualmente oneste, che arrivino alla denuncia. Il muro dell’indifferenza si può provare ad abbattere anche con le storie di chi, emarginato dai pregiudizi, escluso dal potere, subisce la violenza. Il pensiero corre alla letteratura e ai suoi protagonisti, attinti dalle società: i poveri, i migranti, i malati e soprattutto le donne. “Voci di donne dal Mediterraneo” è il nome della rassegna, che dopo altri quattro incontri, ha visto oggi a Cefalù il suo penultimo appuntamento. Si parte da un libro: “Il Cairo. La mia città. La nostra rivoluzione” di Adhaf Soueif, scrittrice egiziana, autrice di best-seller, che ha fondato il “Palestine Festival of Literature” (PalFest) nel 2008, un appuntamento che, nonostante l’ostracismo del governo israeliano, ha continuato a tenersi ogni anno a Gerusalemme e in altre città della Cisgiordania. Nel 2024, in occasione del procedimento avviato dal Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia, con l’accusa al governo del premier Netanyahu di genocidio dei palestinesi, almeno 300 tra scrittrici e giornaliste di tutto il mondo, coinvolte dalla Soueif, hanno sottoscritto quella denuncia. Il PalFest oggi prosegue come può, nella situazione intanto precipitata in Medioriente, con podcast, newsletters, iniziative itineranti e manifestazioni. Le donne restano in prima linea, nonostante siano le prime vittime. Il linguaggio dei numeri è spietato, a cominciare da Gaza. Sono quasi quarantamila le donne, ragazze e bambine, uccise dalla vendetta israeliana, dopo il sanguinoso attacco di Hamas del 7 ottobre del 2023, fino ad oggi. Eppure, a dispetto della propaganda, sapientemente guidata da Tel Aviv, nella complicità dei governi occidentali, oltre il muro dei silenzi e delle immagini negate, l’enormità della tragedia ha continuato a filtrare attraverso il web, grazie al sacrificio, troppo spesso costato la vita, di giornalisti, medici, operatori palestinesi, che hanno riempito i social di voci e di istantanee del male. Ma le tante Aya, Yara, Farah, Amira o Nour hanno vissuto un calvario senza precedenti, censurato dall’ipocrisia. Sono state e restano ad alto rischio nel privilegio di darla. Hanno vissuto la morte o l’arresto arbitrario dei figli, dei mariti, dei parenti; la assenza di qualsiasi assistenza psicologica, medica, giuridica; la mancanza d’igiene nella propria intimità e in occasione del parto; la minaccia quotidiana di violenze; il freddo, la fame, l’acqua inquinata, l’assenza di medicine, lo sfollamento continuo in spazi sempre più ristretti. Hanno perfino scontato la condanna di non dover cedere alla disperazione, in quanto custodi delle ultime briciole di umanità. E dopo l’attacco israelo-americano all’Iran, con la chiusura di tutti i valichi che danno accesso ai territori palestinesi, è cessato ogni aiuto, mentre l’eccidio continua.
L’azione della Global Sumud Flottilla, 50 barche, con gli attivisti (tra loro, 29 italiani) tornati a sfidare il mare in un gesto simbolico di aiuto per Gaza, nel vuoto d’iniziativa dei governi, soprattutto europei, ha provocato l’ennesima reazione sproporzionata delle forze speciali israeliane. Ragazze e ragazzi disarmati sono stati attaccati armi alla mano e poi arrestati in acque internazionali, senza garanzie.
Gaza, come la Cisgiordania, sono oramai la vergogna conosciuta e riconosciuta, in violazione delle norme internazionali, che prevedono il diritto alla difesa per ogni popolo (al quale peraltro si appoggiano i giuristi israeliani per giustificare l'azione del proprio governo, dopo il pogrom di Hamas), tranne che per i palestinesi. È la vergogna, che oramai apparterrà alla storia del XXI secolo, benché la Nakba, la grande catastrofe del popolo palestinese, affondi le sue radici nel secolo passato. Conforta la solidarietà a volte espressa da tante donne israeliane, pronte e sfidare la protervia del fondamentalismo maschile al governo di Tel Aviv, come in parallelo alla Casa Bianca, con la “democratura” parentale e oligarchica di Trump, nella sua politica nevrotica, maschilista, bellicista e messianica, diventata intollerabile per un numero sempre più alto di americane e americani. Sono scivolate nel silenzio però anche le storie delle donne iraniane, curde, libanesi, siriane, egiziane, nel guado di guerre, che annientano il diritto.
Che ci sia dunque, almeno l’ascolto, attraverso la letteratura e la narrazione dei fatti. Un plauso alle scelte dell’amministrazione di Cefalù, ospite di “Voci di donne dal Mediterraneo”.