L'ANALISI
Tutti a Pechino: perché la Cina è diventata il nuovo centro del mondo
Mentre l'Occidente si frammenta, Xi Jinping gioca la carta della "pazienza strategica". E l'Europa rischia di restare fuori dal tavolo
Le recentissime visite a Pechino di Donald Trump e Vladimir Putin (ma anche del Primo ministro pakistano Shehbaz Sharif) hanno restituito un’immagine che fino a pochi anni fa sarebbe apparsa impensabile: la Cina come centro gravitazionale della politica internazionale. In pochi giorni, il leader cinese Xi Jinping si è trovato al tavolo con leader profondamente diversi tra loro, alcuni anche in aperto contrasto reciproco. Eppure tutti, per ragioni differenti, hanno scelto Pechino come luogo di confronto e hanno riconosciuto (più o meno esplicitamente) la rilevanza della Cina e di Xi come interlocutore primario a livello diplomatico. È questo forse il segnale geopolitico più rilevante del nostro tempo: la Cina non è soltanto una potenza economica o militare in ascesa, ma sta diventando il perno di un nuovo equilibrio globale. E lo sta facendo con una caratteristica che la distingue nettamente dagli Stati Uniti contemporanei: la “pazienza strategica”. Nella tradizione confuciana, l’armonia viene prima dello scontro diretto. Pechino, infatti, non sta mostrando alcuna fretta di proclamarsi “prima superpotenza mondiale”, perché ragiona secondo una visione di lungo periodo accuratamente costruita, un piano quinquennale dopo l’altro. Mentre Washington alterna fasi di interventismo aggressivo e ripiegamenti improvvisi, la leadership cinese continua a perseguire una strategia coerente: consolidare lentamente la propria influenza economica, diplomatica e culturale, lasciando che siano gli altri attori internazionali a riconoscerne progressivamente la centralità.
Pechino, insomma, come nuovo “centro di gravità permanente”? In questo scenario, la Cina appare sempre più come il Paese che attira chi cerca stabilità e teme l’escalation dei conflitti. Non è un caso che, mentre gli Stati Uniti mettono in atto una politica estera assertiva e spesso divisiva, ma anche ondivaga e imprevedibile a causa dell’estrema volubilità di Trump, Pechino cerchi di presentarsi come garante di equilibrio, interlocutore globale e mediatore pragmatico, sotto certi aspetti più rassicurante. Ed è per questo che la Russia, sempre più in difficoltà a causa delle sanzioni e del conflitto con l’Ucraina che sembra ormai come un vicolo cieco, non ha potuto fare altro che affidarsi alla potenza economica cinese riducendosi al ruolo di comprimario. Mentre l’Unione Europea, frammentata e priva di una vera politica estera comune, appare anch’essa marginale in un tavolo internazionale sempre più instabile, ma sempre più esposta alla concorrenza economica cinese in settori ormai ad alto contenuto tecnologico.
In mezzo a queste tensioni si sta però delineando un’altra dinamica di grande interesse: l’emergere di un blocco musulmano più compatto e geopoliticamente rilevante. Non si tratta di un’alleanza formale, ma di una convergenza progressiva tra grandi Paesi islamici accomunati da interessi energetici, modelli politici autoritari o semi-autoritari e volontà di ridurre la dipendenza dall’Occidente. Turchia, Iran - che nel futuro potrebbe vivere una transizione “morbida” con gli apparati militari che assumerebbero un peso relativo maggiore rispetto a quelli religiosi - ma anche Arabia Saudita e Pakistan rappresentano il nucleo di questo spazio geopolitico. A essi si aggiungono realtà strategiche come l’Indonesia (Paese musulmano più popoloso al mondo), Malesia, parte del mondo musulmano indiano e persino la dimensione islamica interna della Cina occidentale.
È una configurazione che ricorda i Brics, ma in forma più concentrata e territorialmente omogenea. E soprattutto è una realtà che guarda alla Cina come partner naturale. Pechino, infatti, riesce a dialogare contemporaneamente con Riyadh e Teheran, con Mosca e Ankara, con Islamabad e i Paesi africani, mantenendo un profilo meno ideologico rispetto all’Occidente. Ecco perché questo enorme blocco, oggi ancora molto grezzo e parecchio diviso al suo interno (non fosse altro per la netta frattura tra Islam sunnita e sciita), potrebbe in futuro compattarsi attorno al rafforzamento delle relazioni con Pechino. E ciò si spiega dal fatto che la Cina non è più in grado solamente di proiettare potere economico, ma è sempre più una potenza geopolitica prevedibile in un mondo imprevedibile, frammentato e privato della cornice di principi e regole che sembrava garantita dal diritto internazionale. Xi Jinping sembra aver compreso che il XXI secolo non sarà dominato soltanto da chi possiede più armi o più ricchezza, ma da chi saprà offrire un nuovo ordine globale.
Quale ruolo ci può essere per noi europei? Se da un lato la prospettiva di un ordine nuovamente più stabile e ‘pacifico’ offre dei risvolti positivi, rimanere spettatori passivi in questa fase rischia di condannarci ad una subalternità strutturale e di lungo periodo. “Se non sei seduto a tavola sei parte del menu”! Per questo motivo occorrerebbe una Unione Europea guidata dal nucleo forte storico, inclusa l’Italia, più assertiva e propositiva, in campo politico, economico e militare, in grado di superare le divergenze tra Stati membri (e utilizzando magari a questo scopo lo strumento della cooperazione rafforzata) per affrontare la Cina come un interlocutore di pari livello e pretendere che sul campo da gioco della competizione internazionale tutte le squadre rispettino le stesse regole.
* Ambasciatore