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L’intervento

Quale futuro per la sanità siciliana

Il ricordo del compianto manager Poli domani a Catania occasione per riflettere sulla missione del Ssn, ovvero tornare a costruire una sanità nella quale il bene del cittadino sia il criterio che orienta ogni scelta

05 Giugno 2026, 14:15

14:20

Quale futuro per la sanità siciliana

Domani, al Policlinico di Catania, ricorderemo Francesco Poli. Non si tratterà solo di una commemorazione. Francesco Poli non appartiene soltanto alla memoria di chi lo ha conosciuto e stimato. La sua eredità ci obbliga ancora oggi a interrogarci sul futuro della sanità siciliana. Per anni abbiamo discusso di bilanci, di posti letto, di liste d'attesa, di mobilità sanitaria, di nomine, di aziende, di accorpamenti. Temi importanti. Ma che da soli non bastano a spiegare le attuali difficoltà del sistema. Perché prima dell'organizzazione viene la missione. Prima delle strutture vengono le persone. E prima di tutto c’è una domanda più importante: per chi e per che cosa esiste il sistema sanitario? Io continuo a pensare che la sanità viva nello spazio compreso tra due realtà. Da una parte la malattia. La sofferenza. La fragilità. La paura. Dall’altra il desiderio di guarire. Di tornare alla propria vita. Alla propria famiglia. Alla propria normalità. In mezzo c'è il sistema sanitario. I medici. Gli infermieri. Le strutture. La tecnologia. La ricerca.

E c'è anche la politica, alla quale spettano le scelte di indirizzo e la responsabilità di garantire che tutto sia orientato verso un solo obiettivo: accompagnare la persona lungo quel percorso. Per questo ho sempre immaginato la sanità come un ponte. Un ponte che collega la malattia alle cure e, quando possibile, alla guarigione. Un ponte che ogni giorno migliaia di cittadini attraversano affidandogli le proprie speranze. Il problema è che oggi quel ponte presenta crepe evidenti. Le vediamo nelle liste d'attesa. Nella difficoltà di ottenere risposte tempestive. Nella crescente sfiducia dei cittadini. Le vediamo ogni volta che un paziente ritiene di avere maggiori possibilità di cura lontano dalla propria terra. Le vediamo ogni volta che un professionista competente rinuncia a dare il meglio di sé perché non si sente valorizzato.

Ma le crepe più profonde non sono quelle organizzative. Sono quelle etiche. Si aprono quando il bene del cittadino smette di essere il criterio che orienta le scelte. Si allargano quando la politica dismette il ruolo di garanzia e di indirizzo e confonde il governo con la gestione. Aumentano quando le appartenenze prevalgono sulle competenze. Quando il consenso prevale sulla programmazione. Quando la gestione sostituisce la visione. Quando il governo del sistema lascia il posto alla sua occupazione. Ed è allora che entrano altri interessi, estranei alla missione della sanità. Interessi che nulla hanno a che vedere con la cura dei cittadini. È da quel momento che il sistema sanitario comincia lentamente ad ammalarsi. E perde la propria anima.

Francesco Poli aveva compreso tutto questo molti anni fa, avendo dedicato una vita a governare la complessità della sanità siciliana. Apparteneva a una generazione che considerava la sanità una responsabilità pubblica e non una leva di potere. Una generazione che conosceva il valore della competenza e il peso delle decisioni, che sapeva programmare, valutare, correggere e assumersi responsabilità. Quando nel 2008 mi fu affidata la guida dell'Assessorato regionale alla Salute, compresi presto quanto fosse importante avere accanto persone come Francesco Poli. In una delle stagioni più difficili della sanità siciliana, la sua esperienza, il suo equilibrio e il suo senso delle istituzioni furono per me un sostegno prezioso. Trovammo una situazione drammatica: il piano di rientro, il rischio di commissariamento, i conti fuori controllo, una mobilità sanitaria crescente e una fiducia dei cittadini ai minimi storici. Si diceva, con amara ironia, che il miglior medico della Sicilia fosse l'aereo. Fu da quella crisi che nacque la riforma del 2009. Non una semplice operazione amministrativa. Ma il tentativo di restituire al sistema una direzione, una visione e una capacità di governo. Oggi non ha molto senso discutere se quella riforma fosse perfetta o meno. Nessuna riforma lo è. La vera domanda è un'altra: abbiamo continuato a seguire quella direzione oppure, a un certo punto, abbiamo smesso di perseguirla? Perché il ponte va mantenuto, ma il mondo che attraversa non è più lo stesso di diciassette anni fa.

Invecchiano i cittadini. Crescono le patologie croniche. Ci sono nuove domande di salute da soddisfare. La tecnologia corre più velocemente delle organizzazioni. L'intelligenza artificiale entra negli ospedali. La medicina personalizzata apre scenari impensabili fino a pochi anni fa. Eppure la domanda fondamentale resta la stessa: siamo ancora capaci di mettere il cittadino al centro del sistema? Le sfide sono già davanti a noi. E non concedono rinvii. Ma nessuna di queste nuove sfide potrà essere affrontata con strumenti culturali e politici del passato. Servono nuove competenze. Nuove responsabilità. Nuovi modelli organizzativi. Ma soprattutto serve l'etica pubblica. Perché la tecnologia può aiutare a curare. La scienza può aiutare a guarire. Le riforme possono aiutare a organizzare. Ma nessuna innovazione potrà mai sostituire la qualità delle donne e degli uomini chiamati a guidare il sistema.

Ed è per questo che il convegno di Catania non guarderà al passato. Guarderà avanti. Perché il modo migliore per ricordare Francesco Poli non è celebrarne la memoria. È raccoglierne l'eredità. È tornare a costruire una sanità nella quale il bene del cittadino sia il criterio che orienta ogni scelta. È avere il coraggio di riparare le crepe del ponte. Perché dall'altra parte di quel ponte non ci sono soltanto bilanci, incarichi e carriere. Ci sono persone. Ci sono famiglie. Ci sono speranze. E una società si giudica da come si prende cura dei suoi cittadini più fragili. Francesco Poli ci ha indicato una direzione. Le crepe del ponte sono davanti ai nostri occhi. Sta a noi avere il coraggio di ripararle e di continuare il cammino.

*Massimo Russo, magistrato, già assessore regionale alla Salute della giunta Lombardo