l'intervento
Allarme cultura: precariato e carenza di professionisti mettono a rischio il patrimonio
L'urgenza di assunzioni e investimenti per salvare musei, archivi e siti archeologici
Quando la crisi occupazionale investe settori strategici come la sanità, i giornali titolano, direi anche giustamente, a tutta pagina e la politica prova ad amplificare l’allarme. Non accade, purtroppo, per ragioni quasi ovvie, la medesima cosa quando lo stesso grido di allarme investe il settore della cultura.
Nelle settimane passate, infatti, sono stati diffusi alcuni dati venuti fuori dai lavori della Commissione Europea per gli affari sociali e la sanità pubblica da cui emerge, per esempio, che da qui al 2030 ci sarà una carenza di personale medico, tra infermieri e medici, vicina al milione.
Nel 2023, la Commissione per la Cultura e quella per l’Occupazione e gli affari sociali hanno più o meno certificato la medesima situazione nel settore culturale ed è così venuta fuori una richiesta esplicita alla Commissione Europea di porre attenzione alla criticità rilevata e di sperimentare soluzioni che possano, se non risolvere del tutto, almeno limitare i danni.
Secondo i dati a disposizione, il settore della cultura e della creatività occupa circa otto-nove milioni di persone. Un dato significativo, senza dubbio, peraltro per nulla inferiore a quello degli occupati in agricoltura o nell’industria automobilistica.
L’Italia, che resta il Paese europeo più ricco di patrimonio culturale, è fanalino di coda tra gli Stati membri per quota di occupati nel settore culturale. Appena il 3,5% del totale. Un numero davvero irrisorio.
Il dato che più preoccupa - ed arriviamo così al tema di questa nota - è che una porzione importante del lavoro nella tutela e valorizzazione dei beni culturali non è coperta da personale strutturato bensì da figure atipiche e precarie, ovvero da personale a tempo determinato, contrattisti a termine, collaboratori a progetto, etc. Ciò significa che coloro che hanno compiuto lunghi periodi di studi e di formazione, fino al terzo livello, vedono ancora oggi sbarrata la strada o fortemente limitata verso il raggiungimento di una occupazione stabile.
Insomma, grandi competenze formate ma severe criticità lavorative che inevitabilmente influiscono, a cascata, sui processi di conoscenza, conservazione, gestione e valorizzazione del patrimonio culturale.
L’Europa tutto ciò lo sa, come lo sa bene l’Italia e ancora di più - vorrei sperarlo - la nostra Regione Sicilia che solo dopo venti anni di assenza è riuscita a bandire nei mesi passati un concorso per appena dieci posti di archeologo quando ne servirebbero almeno trecento per far fronte alla carenza enorme di queste figure nelle Soprintendenze, nei Parchi e nei Musei archeologici siciliani.
La Commissione Cultura e Occupazione e Affari sociali del Parlamento europeo ha così messo nero su bianco tutto ciò riconoscendo in modo esplicito la diffusione di precarietà strutturale, la tendenza al falso lavoro autonomo, i livelli bassi di reddito, e infine, la scarsa protezione sociale. Per queste ragioni, è stato chiesto al Parlamento di intervenire su alcuni punti prioritari dando vita a nuovi progetti di investimento che consentano nell’immediato di: immettere in ruolo nuovo personale, costruire piante organiche in sintonia con le strutture, garantire continuità occupazionale.
Tre priorità non più procrastinabili.
Nel quadro finanziario 2028-2034 non mancano proposte serie da parte della Commissione: il fatto di prevedere almeno 2000 miliardi di euro riconoscendo alla cultura un peso ancora maggiore rispetto al passato, è un dato che fa ben sperare. Il nuovo programma in cantiere, AgoraEU, prevede circa 8,6 miliardi di euro per il settennio 2028-2034, il doppio rispetto al passato. Sia chiaro: sono ancora proposte e indirizzi. Nulla di concreto e soprattutto quel che non si riesce a cogliere è attraverso quali formule potranno crescere gli organici nei musei, negli archivi, nelle biblioteche e nei complessi archeologici.
Mentre, dunque, nella sanità (e vista la situazione politica globale, direi sicuramente nella difesa), l’Unione europea sembra avere già contezza dei numeri che servono, nel settore del patrimonio culturale, tutto è ancora indefinito e nebuloso.
La carenza di personale e, dunque, di nuove competenze da formare è un argomento che tocca il nostro Paese in maniera diretta perché siamo tutti consapevoli che a fronte delle emergenze, della tutela e di molto altro bisognerà porre rimedio con l’aiuto di molte nuove figure di specialisti. Lo Stato - il Ministero della Cultura, per intenderci - ci ha già pensato e non sono mancati in questi ultimi anni concorsi per l’immissione di forze fresche che sono andate a rafforzare gli organici di Soprintendenze, Parchi archeologici, Musei del Belpaese.
Un caso a parte resta - alla luce della sua autonomia statutaria - la nostra isola dove Soprintendenze, Parchi e Musei archeologici sono ridotti all’osso, con competenze da molto tempo assenti negli organici delle strutture. Tutto ciò sotto gli occhi di una classe politica che sembra stare a guardare, se si eccettuano i pochi posti banditi recentemente.
Il tema va affrontato con urgenza perché apprendere, ad es., che in alcune Soprintendenze siciliane che vigilano su territori dalla lunga storia e con seri problemi di tutela territoriale e paesaggistica, manchino, ad esempio, archeologi in organico, è un dato preoccupante di fronte al quale occorre rimediare con urgenza.
Daniele Malfitana
Ordinario di archeologia
Direttore Scuola di Specializzazione
in archeologia Unict
Componente Consiglio Superiore dei Beni Culturali e Paesaggistici
Ministero della Cultura