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l'analisi

Il potere nell’era dell’intelligenza artificiale

Le nuove tecnologie non sono del tutto autonome e indominabili, ma il loro controllo si è concentrato nelle mani di pochi colossi economici. Come difendere la libertà individuale di fronte a sistemi sempre più opachi

26 Giugno 2026, 21:01

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Il potere nell’era dell’intelligenza artificiale

Nel pieno della trasformazione digitale contemporanea, segnata dalla diffusione pervasiva dell’intelligenza artificiale e dalla crescente centralità dei dati, torna con forza una domanda classica della filosofia e dell’economia politica: quale rapporto lega l’uomo ai mezzi attraverso cui produce valore e conoscenza? Se durante la rivoluzione industriale tale questione si articolava attorno alla macchina e al lavoro materiale, oggi essa si ripropone in una forma nuova, in cui i mezzi di produzione sono sempre più immateriali, cognitivi e automatizzati. È a partire da questa discontinuità storica che si riapre la riflessione sul rapporto tra uomo, natura e tecnica, mettendo alla prova categorie teoriche consolidate.

Nel pensiero di Karl Marx, il rapporto tra uomo e natura rappresenta uno dei nuclei fondamentali della riflessione filosofica ed economica moderna. L’essere umano, attraverso il lavoro, non si limita a utilizzare la natura, ma la trasforma, instaurando con essa una relazione dinamica e reciproca. In questo processo, tuttavia, non si realizza un dominio assoluto: l’uomo resta parte della natura stessa, vincolato alle sue leggi e ai suoi limiti. Il lavoro è dunque mediazione, non onnipotenza.

Questo paradigma, per lungo tempo centrale nella comprensione dello sviluppo storico e produttivo, viene oggi messo alla prova dall’emergere delle tecnologie digitali avanzate e, in particolare, dall’intelligenza artificiale generativa. A differenza delle tecnologie tradizionali, che estendevano prevalentemente le capacità fisiche o operative dell’uomo, l’IA interviene direttamente nella sfera cognitiva: produce testi, immagini, codice, e contribuisce alla generazione di conoscenza e valore.

È proprio qui che si apre una tensione teorica significativa. Da un lato, tali sistemi restano prodotti umani: sono progettati, addestrati e mantenuti all’interno di specifici contesti economici e sociali. In questo senso, una lettura marxista conserva tutta la sua validità, poiché consente di ricondurre anche le tecnologie più avanzate ai rapporti di produzione che le rendono possibili. Dall’altro lato, però, la complessità e la scala di questi sistemi introducono un elemento di discontinuità: i processi computazionali su cui si basano risultano spesso opachi, difficilmente interpretabili, e superano la capacità di comprensione del singolo individuo.

Questa difficoltà non implica necessariamente che la tecnologia sia diventata autonoma in senso forte, ma segnala una trasformazione nelle condizioni del controllo. L’essere umano non perde completamente la capacità di governare la tecnica, ma ne vede ridimensionata la portata, specie a livello individuale. Il controllo si sposta verso strutture collettive complesse, spesso concentrate nelle mani di pochi grandi attori economici.

Tale trasformazione era stata in parte anticipata da pensatori del Novecento. In Martin Heidegger, ad esempio, la tecnica non è più considerata un semplice strumento, ma un modo di rivelazione del mondo: essa determina ciò che appare come reale e disponibile, riducendo la natura e l’uomo a risorse. Analogamente, Herbert Marcuse ha mostrato come la razionalità tecnica possa trasformarsi in strumento di dominio, integrando gli individui in sistemi sociali sempre più pervasivi.

Più recentemente, Shoshana Zuboff ha analizzato le forme contemporanee di potere legate alle tecnologie digitali, mettendo in luce come la raccolta e l’elaborazione dei dati permettano di anticipare e orientare i comportamenti umani. In questo contesto, il problema non è solo economico, ma anche epistemico: chi controlla i dati e gli algoritmi controlla, in larga misura, le condizioni della conoscenza.

L’intelligenza artificiale generativa si inserisce pienamente in questo scenario. Essa non si limita a supportare il pensiero umano, ma contribuisce a ridefinirne i confini. L’individuo non è più necessariamente il luogo primario della produzione di conoscenza; diventa piuttosto un nodo all’interno di sistemi ibridi, in cui processi umani e automatizzati si intrecciano. Di conseguenza, il ruolo umano tende a spostarsi dalla produzione diretta alla selezione, interpretazione e supervisione dei contenuti generati.

Questo cambiamento solleva interrogativi profondi. Se la conoscenza è sempre più prodotta da sistemi complessi e opachi, quale spazio resta per l’autonomia critica dell’individuo? Se il valore economico deriva da processi automatizzati basati su dati collettivi, come si distribuiscono i benefici di tale produzione? E soprattutto, chi detiene il potere di decidere le regole che governano questi sistemi?

Alla luce di queste trasformazioni, appare riduttivo sostenere che la tecnologia sia semplicemente “indominabile”. Più corretto è affermare che il dominio stesso cambia forma: da capacità individuale a processo collettivo, da controllo diretto a gestione mediata e spesso indiretta. Il nodo, dunque, non è l’impossibilità di comprendere o governare la tecnologia, ma la distribuzione diseguale di risorse e competenze necessarie per farlo.

In questa prospettiva, se in passato il problema centrale era il controllo dei mezzi di produzione materiale, oggi si affianca quello dei mezzi di produzione cognitiva. Dati, algoritmi e infrastrutture digitali diventano elementi cruciali nella determinazione dei rapporti di potere.

In conclusione, l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa non segna tanto la fine della centralità umana, quanto la sua trasformazione. L’uomo non scompare, ma cambia ruolo, perdendo parte della sua autonomia immediata e inserendosi in sistemi più ampi e complessi.

La sfida, allora, non è opporsi alla tecnologia o subirla passivamente, ma costruire forme di governance che ne orientino lo sviluppo in senso equo e condiviso. È in questo spazio che si gioca oggi il rapporto tra conoscenza, potere e libertà.

Domenico Repetto

dirigente al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica