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l’analisi

Le polemiche passano, l'alleanza tra gli Stati Uniti e l'Italia resta

Le recenti tensioni tra il presidente americano Donald Trump e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni hanno inevitabilmente monopolizzato il dibattito politico e mediatico. In un’epoca in cui ogni dichiarazione viene amplificata in tempo reale e ogni divergenza tra leader assume immediatamente una dimensione globale, il rischio è quello di confondere la contingenza della polemica con la sostanza delle relazioni tra gli Stati

27 Giugno 2026, 07:59

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Le polemiche passano, l'alleanza tra gli Stati Uniti e l'Italia resta

Le recenti tensioni tra il presidente americano Donald Trump e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni hanno inevitabilmente monopolizzato il dibattito politico e mediatico. In un’epoca in cui ogni dichiarazione viene amplificata in tempo reale e ogni divergenza tra leader assume immediatamente una dimensione globale, il rischio è quello di confondere la contingenza della polemica con la sostanza delle relazioni tra gli Stati.

Gli attacchi rivolti da Trump al governo italiano, giudicato poco collaborativo durante la crisi con l'Iran, hanno certamente rappresentato un momento di frizione in un rapporto che, negli ultimi anni, era stato caratterizzato da un dialogo diretto e pragmatico. Eppure sarebbe un errore leggere questi episodi come il segnale di un deterioramento strutturale delle relazioni tra Roma e Washington. L'Italia rappresenta infatti da decenni uno dei principali alleati degli Stati Uniti nel Mediterraneo e all'interno della Nato. Cooperazione militare, intelligence, rapporti economici, investimenti, ricerca scientifica e legami culturali costituiscono un patrimonio costruito nel tempo che difficilmente può essere messo in discussione da una controversia politica, per quanto aspra (e a dire il vero infondata da parte statunitense).

La recente crisi mediorientale ne offre una conferma significativa. Mentre il confronto tra Stati Uniti e Iran rischiava di degenerare in un conflitto regionale di più ampie dimensioni, l'Italia ha mantenuto una posizione improntata all'equilibrio e alla prudenza, come è nello stile della premier Meloni e del ministro degli Esteri Tajani. Da un lato ha confermato la propria lealtà all'Alleanza Atlantica; dall'altro ha evitato di alimentare ulteriormente l'escalation, continuando a sostenere la necessità di una soluzione diplomatica.

Proprio la questione dell'utilizzo delle basi militari italiane è diventata oggetto di un acceso confronto pubblico. Le dichiarazioni secondo cui dalle installazioni presenti sul territorio nazionale sarebbero partite centinaia di missioni americane (peraltro formulate proprio dal Segretario Generale della Nato, Mark Rutte) hanno alimentato polemiche sia interne sia internazionali, fino a provocare la reazione delle autorità iraniane che hanno considerato l'Italia come "Paese ostile". Il governo italiano ha chiarito di essersi attenuto agli obblighi derivanti dagli accordi bilaterali e dal quadro giuridico dello Status of Forces Agreement, che disciplina da oltre settant'anni la presenza delle forze americane nei Paesi alleati.

Parallelamente, un altro elemento induce a guardare oltre le polemiche. A una settimana dalla firma del memorandum tra Stati Uniti e Iran, il negoziato sembra aver retto al primo banco di prova. Non si tratta ancora di un accordo definitivo, ma di una cornice politica che offre alle parti l'opportunità di affrontare, nelle prossime settimane, i nodi più delicati: il programma nucleare iraniano, il regime delle sanzioni e le garanzie di sicurezza reciproche. Il percorso è lungo e tortuoso, ma entrambe le parti sembrano oggi consapevoli che una nuova escalation produrrebbe costi economici, politici e militari difficilmente sostenibili. Per questo motivo mantenere aperto il canale negoziale appare nell'interesse di tutti gli attori coinvolti.

In questo scenario anche l'Europa è chiamata a recuperare un ruolo più incisivo. Se durante i negoziati sul JCPOA Bruxelles aveva svolto una funzione di primo piano, negli ultimi anni il peso europeo è apparso più limitato. L'Italia dispone, sotto questo profilo, di un patrimonio diplomatico che merita di essere valorizzato. La tradizionale capacità di dialogare contemporaneamente con gli alleati atlantici e con molti Paesi del Mediterraneo costituisce un elemento distintivo della nostra politica estera. È una risorsa che richiede equilibrio, discrezione e continuità, qualità che spesso producono risultati più duraturi delle dichiarazioni ad effetto.

Per queste ragioni il prossimo vertice dei Paesi Nato, in programma il 7-8 luglio in Turchia, rappresenterà un passaggio importante. Sarà l'occasione per ricondurre il confronto tra gli alleati entro una dimensione istituzionale, nella quale prevalgano gli obiettivi strategici comuni. È prevedibile che gli Stati Uniti continuino a chiedere agli europei un maggiore contributo alla sicurezza collettiva. La risposta europea - se si andrà nella direzione di espandere in maniera considerevole il proprio budget per sicurezza e difesa - non dovrebbe essere interpretata come un'alternativa alla Nato, bensì come un suo naturale rafforzamento. Un'Europa più capace sul piano della difesa rende infatti più credibile e più solida l'intera Alleanza Atlantica. Investire nella cooperazione industriale, nell'integrazione delle capacità militari e in una più efficace politica di sicurezza comune significa rafforzare sia l'autonomia strategica europea sia il legame con gli Stati Uniti.

Le polemiche tra leader sono destinate, per loro natura, a esaurirsi. Le relazioni tra Stati, invece, si misurano sulla capacità delle istituzioni di garantire continuità, anche nei momenti di maggiore tensione. È questa la vera forza del rapporto tra Italia e Stati Uniti: un'alleanza costruita nel corso di decenni, fondata su valori condivisi e interessi convergenti, destinata a rimanere un pilastro della sicurezza euro-atlantica indipendentemente dai governi e dai leader che, di volta in volta, siedono a Palazzo Chigi o alla Casa Bianca.

*Ambasciatore