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L’analisi

A chi giova lo scisma lefebvriano

Migrazioni e crisi climatica collegate, nessuna ricetta facile — serve inventare soluzioni condivise e respingere il fondamentalismo

04 Luglio 2026, 10:45

10:50

Il Vaticano apre le porte ai lefebvriani: ecco il vademecum per tornare in piena comunione

Oggi Leone XIV sarà a Lampedusa a ricordare al mondo intero le tante tragedie del mare che vedono vittime gli ultimi della terra, sulle orme del suo predecessore Francesco che scelse l’isola come meta del suo primo viaggio fuori Roma l’8 luglio 2013. Papa Prevost si mostra responsabile nei confronti del mondo intero, indica che il fenomeno delle migrazioni è il problema del millennio assieme a quello del cambiamento climatico, anzi che i due sono strettamente collegati. Segnala che nessuno ha ricette al riguardo, che politiche securitarie semplicemente non funzionano di fronte ai numeri delle migrazioni (si dovrà pur spiegare come fare le remigrazioni e quante risorse occorrono per disporre di tante forze di polizia), e che, invece, tutti - governi e popoli di questo pianeta - abbiamo da inventare soluzioni, di certo cambiare modelli di vita.

Leone XIV va dritto al problema, senza finzioni.

Non può non farsi il confronto con quanto avvenuto solo qualche giorno fa in una Svizzera abituata ad un alto tenore di vita, e che ha ospitato la manifestazione dei lefebvriani decisi - come emerge dai fatti - a costituirsi come alternativa alla Chiesa cattolica.

In un’intervista a “Repubblica” dello scorso giovedì Agostino Giovagnoli, che di professione fa lo storico, ha mostrato come l’insistenza dei lefebvriani ad ordinare nuovi vescovi non sia solo un fatto interno alla Chiesa, la quale pressoché dal suo inizio ha vissuto esperienze di divisioni e contrasti, ma un vero e proprio fatto politico, perché offre ai movimenti nazionalisti e razzisti dell’Occidente - dagli Stati Uniti all’Europa - il mito del fondamentalismo religioso, quella convinzione del “Gott mit uns”, del “Dio che sta dalla nostra parte”, che tanti danni ha provocato e continua a produrre nella storia dell’uomo.

Penso che potremmo discutere all’infinito se la dimensione religiosa sia il fondamento di quella politica oppure, al contrario, se l’esperienza religiosa che è un aspetto della più estesa cultura di un’epoca sia un portato delle trasformazioni sociali e politiche. La fine delle guerre di religione - almeno nell’Occidente - avrebbe dovuto comportare la riduzione dello spazio religioso all’ambito personale di ciascuno. Le Chiese cristiane e quella cattolica in particolare hanno fatto un grande salto in avanti perché hanno abbandonato prospettive di mero potere e si sono proposte quali “esperte di umanità” (le parole di Papa Roncalli hanno significato ancora oggi) e hanno abbracciato le istanze dei più deboli: da quelle dei popoli oppressi dalle dinamiche di sfruttamento capitalistico, delle donne discriminate e dei giovani disillusi, alla domanda di pace che si eleva ogni giorno da tante parti del mondo, alle esigenze del pianeta che reclama di essere curato, alla necessità di dominare le trasformazioni indotte dall’intelligenza artificiale. È evidente che dietro ognuno di questi temi vi sta l’insegnamento di un Papa che si sente prima di tutto alla pari di tutti gli uomini e le donne di questo nostro mondo. Sempre per riprendere un po’ di storia è dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII del 1963 che nelle encicliche il Papa si rivolge a tutti gli uomini, sicché quando nella Magnifica Humanitas Leone XIV rivolge la sua riflessione “a tutti gli uomini e le donne di buona volontà”, continua un modello ormai consueto.

A pensarci solo un poco, il Papa che parla a tutti, si sottopone anche all’esame di tutti: il suo pensiero è una proposta rivolta al mondo ed è anche una tappa nell’elaborazione culturale che investe tutti i popoli su questa terra. Nell’età della secolarizzazione - o forse da dire delle secolarizzazioni al plurale - l’insegnamento della Chiesa cattolica non può più fondarsi solo sulla pretesa di parlare in nome di Dio, oltretutto perché ciò lo relegherebbe alla marginalità. Se la condizione umana è unica sull’unica terra dove abitiamo, uomini e donne arrivano a Dio ciascuno a mezzo del loro percorso personale. Non c’è il Dio cattolico, ebreo, musulmano o indu: c’è l’obbligo per ognuno di essere pienamente uomo e di costruire relazioni umane, nonché di custodire il creato. Il Dio unico per tutti è ad accompagnarci in questo lavoro che rimane propriamente nostro. Ad esempio, quando Papa Prevost denuncia che «in molti casi nel contesto digitale, il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione. Quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze»; non sta ripetendo frasi fatte, ma denuncia l’attuale situazione economica e sociale e pone giudizi di valore.

Avverto che non sostengo una versione laica e strumentale della religione, ridotta solo ad una pratica morale, specie per i ceti più deboli. Le religioni danno senso all’esistenza se e perché danno significato all’attività dell’uomo prospettandogli un futuro che va oltre l’esperienza della morte. Sull’impronta di Bonhoeffer penso solo che nessuna religione possa privare l’uomo della responsabilità di agire, qui ed ora, ed a dare conto agli altri di quanto fa. Un’autentica dimensione religiosa non guarda alla restaurazione di un passato idealizzato e che non c’è mai stato, e non dà sicurezze identitarie impossibili da realizzare. Va riconosciuto che da Leone XIII del 1891 la Chiesa cattolica tenta di accompagnare l’umanità nel trattare i problemi concreti ed attuali: la pace, l’ambiente, i diritti dei lavoratori, la dignità della persona. E lo fa nelle lingue degli uomini e delle donne di questo tempo. Chi oggi pretende di utilizzare il latino nelle preghiere (le quali per questo non valgono di più) non è solo fuori dal tempo e non dimentica solo David che scriveva versi in ebraico o San Paolo che parlava in greco: fa un’operazione molto diversa e pericolosa, perché riduce l’esperienza religiosa ad un fatto magico, composto di parole incomprensibili e di oggetti di culto feticistico. Ma una religione-magia non fa persone libere, le rende schiave di riti, pronte a prostrarsi al primo demagogo. Le scene che provengono da Washington sono esemplari del tentativo di utilizzare la religione come strumento non di emancipazione ma di servilismo al potente di turno che pretende di assumere anche ruolo religioso.

Per questo - a costo di lanciarmi in un’illazione - scorgo un collegamento diretto (e, forse, finanziario) tra Washington e Ecône: il tentativo di delegittimare l’attività della Chiesa cattolica con un’alternativa costruita al suo interno. Solo che i problemi del vivere su questo pianeta restano tutti. Oggi Papa Prevost è a Lampedusa a ridirlo a tutti.