L'editoriale
Da picciriddi a cittadini consapevoli
È una sfida che riguarda tutti, non solo un sindaco o un magistrato, un poliziotto o un carabiniere, perché nessuno mezzo secolo dopo quella strage può dirsi innocente.
Che Sicilia è stata? E che Sicilia è adesso, mezzo secolo dopo l’eccidio di quattro ragazzini di San Cristoforo, cuore popolare di Catania, colpevoli di avere “osato” scippare, magari non sapendo chi fosse, la madre di Nitto Santapaola?
Cinquant'anni possono ben rappresentare il bivio tra il passato, il presente e il futuro.
Il passato è quello di una città in cui la violenza era come tollerata: per indifferenza, paura o convenienza. Era una città buia, tetra. E questa oscurità favoriva chi lavorava nell’ombra e pure nella penombra. Non a caso quella di cinquant’anni fa fu una strage vissuta in silenzio. Perché accendeva i riflettori laddove si voleva appunto il buio, perché faceva perdere l’innocenza a chi pensava di averla.
Catania era simile a Gotham City e senza neanche volere Batman o un supereroe. In quella città i ragazzini di quartiere crescevano nel mito dell’eroe criminale e un magistrato colto e sensibile come Giambattista Scidà lanciava ripetutamente quanto vanamente la questione minorile, vox clamans nel deserto della coscienza civile.
Questo il passato. Il presente ha tinte diverse, finalmente e fortunatamente, ma non è un esercizio retorico chiedersi chi siano oggi e cosa facciano i ragazzini di quartiere, cinquant’anni dopo.
Ci capita spesso di ripeterlo: laddove la dispersione scolastica ha percentuali in doppia cifra - e qui il discorso va oltre i confini di Catania, slargandosi a tutto il Sud - il ragazzino che non va a scuola non va neanche più a fare il garzone di bottega o a sporcarsi le mani in officina, semplicemente perché banalmente non esistono più le botteghe e neanche le officine.
Il giovane che bighellona tutti i giorni tra una via e l’altra - cellulare in mano e forse anche coltello in tasca - è facile preda dei ras delle piazze di spaccio, di cani sciolti senza scrupoli e di boss emergenti.
Il futuro, dunque, non può che partire da queste considerazioni, dal non girarsi più dall'altra parte, dal non fare spallucce di fronte alle sparatine pressoché quotidiane che coinvolgono minorenni.
Catania, la Sicilia tutta, possono farcela. Perché oggi hanno gli anticorpi adeguati per reagire al virus mafioso che ieri come oggi rischia di trascinare con sé la parte buona delle nostre città.
È significativo allora che oggi proprio a Catania si inauguri un campetto a San Cristoforo e che domani trovi sede la cittadella della giustizia minorile in un edificio pubblico, di proprietà della Regione e non di un privato. Segnali, come quelli di bellezza portati a Librino da Antonio Presti o le “cartoline” affisse a Palermo contro il pizzo.
Perché i picciriddi, i nostri picciriddi devono essere tali: bambini da accompagnare, da educare e mai più carne da macello né carusi e picciotti a disposizione delle cosche. Da picciriddi a cittadini consapevoli. È una sfida che riguarda tutti, non solo un sindaco o un magistrato, un poliziotto o un carabiniere, perché nessuno mezzo secolo dopo quella strage può dirsi innocente.