L'intervento
La fedeltà, che ha un costo altissimo, e la competenza
La gestione della cosa pubblica richiede l’impiego delle migliori competenze nei più diversi settori
di Tommaso Rafaraci
L’autorità, non la verità, fa la legge. Lo diceva un grande pensatore, Hobbes, per teorizzare l’assolutismo politico. Volgarizzando molto questa formula illustre si arriva giù giù fino a Trump e al mainstream sovranista: non importa come stiano in realtà le cose, conta piuttosto la versione del capo. Non è necessario giungere a questa visione dispotica del potere per constatare quanto oggi pesi, in un contesto politico fortemente improntato alla personalizzazione, il fattore della fedeltà alla leadership. È un elemento irrinunciabile e decisivo della prassi, tanto più quando si assurge a responsabilità di governo. Ma ciò ha un costo, innanzitutto per lo stesso leader.
In primo luogo lo condiziona: la fedeltà infatti, proprio quando è veramente radicata, si alimenta sul terreno delle identità, dei valori, e il leader deve tenerne conto. Basti pensare a Giorgia Meloni che, nel tentare la sua virata verso una compagine "conservatrice", si è trovata (e si trova) nella difficoltà di dover gestire l’eredità ingombrante della sua tradizione politica senza al contempo lasciare a destra ampi spazi vuoti, pronti ad essere occupati. Inoltre, c’è una fedeltà che, per quanto alimentata dal carisma e dichiaratamente attestata, è comunque più precaria e di comodo, propria di coloro che sono sempre pronti a salire sul carro del vincitore (gli amici - si dice scherzando - si vedono nel momento del…trionfo). Sarebbe ingenuo trattare il possibile "voltafaccia" di costoro come un tradimento. Com’è ingenuo tacciare di vigliaccheria i franchi tiratori (l’ha fatto il ministro Lollobrigida dopo la bocciatura, nell’esame della nuova legge elettorale alla Camera, dell’emendamento sulle preferenze).
Il cruccio di ogni potente, forse della solitudine del potere, è proprio dover costantemente impegnarsi fino al logoramento a distinguere i sinceri fedeli dai cortigiani. Ma la politica, oltretutto, è anche il campo da gioco di grandi interessi non meno che di carriere individuali e c’è un momento in cui ognuno tira dritto per la sua strada. Persino una lobby può essere fedele, ma solo nel senso condizionante e precario che si è appena detto.
La fedeltà ha un costo altissimo, poi, se diventa criterio di selezione della classe dirigente: se si scelgono, cioè, non i migliori ma i più fidati, non i più competenti ma i più leali. È questo il terreno delicato in cui l’autorità rischia di occupare abusivamente il campo in cui dovrebbero valere altri criteri di giudizio. La gestione della cosa pubblica richiede l’impiego delle migliori competenze nei più diversi settori e il criterio della competenza prescinde dal colore politico. Nessuno naturalmente può togliere alla politica di determinare le scelte tutte le volte (e sono infinite) in cui le spetti questo compito. Ma nell’esercizio di questa funzione d’indirizzo la scelta dovrebbe avvenire al di là della mischia di una lotta politica preoccupata solo di occupare spazi e riempire caselle vuote. Ne va della qualità delle stesse istituzioni ai più diversi livelli.
Non si tratta infatti di promuovere una rivendicazione dei tecnici di fronte a una politica corriva e incapace (il governo degli esperti non è mai una buona soluzione) né di sottrarre alla politica il suo primato, ma piuttosto di collocarne il ruolo ad un livello più alto e legittimo. In questa chiave occorrerebbe che la politica non pensasse solo a se stessa con manovre di corto respiro, simulando il dominio di problemi che non sono alla sua portata ma allargasse gli orizzonti fino a cogliere tutta la complessità e le sfide del presente.
I fatti, com’è noto, hanno la testa dura, richiedono attenzione, analisi indipendenti e interpretazioni che non sono vincolati ma al contrario vincolano la politica, chiamandola a un dovere di trasparenza, credibilità e fattibilità dei programmi di governo proposti. Rispetto al perseguimento di tali obiettivi quello della fedeltà è un criterio corporativo, chiuso, che non può in certa misura non pesare ma ha il peso di una zavorra.
Andare oltre, cercare di superarne le rigidità, è una scommessa di apertura che ha il non secondario pregio di restituire dignità alla conoscenza e alle competenze specialistiche, affinché non si pensi che l’eccellenza in un certo settore possa essere rilevata solo entro il recinto di un’appartenenza politica.
C’è grande urgenza di uno spazio in cui la stessa opinione pubblica possa farsi un’idea delle questioni di volta in volta sul tappeto senza subire le forzature di un dibattito drogato dalle schermaglie e coperto dall’ipocrisia. A volte il clamore dello scontro, anzi, è tale che nemmeno si capisce su che cosa si sta contendendo. Si coglie solo che ci sono più fronti, con i loro posticci vessilli.