la riflessione
Che Csm è quattro mesi dopo il No alla riforma
La mancata scelta del magistrato catanese Sebastiano Ardita a vicecapo della procura nazionale antimafia è la cartina di tornasole delle persistenti tensioni e divisioni nel Csm e non solo. Quattro mesi dopo il referendum sulla giustizia e la bocciatura della riforma dell'organo di autogoverno della magistratura il clima non è cambiato
Certo, la passeggiata in pigiama del bomber Erling Haaland e le “mosse” della popstar Jennifer Lopez, sempre a Taormina. Da giorni sono questi i video che impazzano, rimbalzano, amplificano soggetti a loro modo iconici. Ma sui social, moderne agorà dove accadono cose che altrove magari non vengono raccontate, c’è anche altro. Per esempio c’è, e si sente fino a farsi frastuono, il tam tam sulla bocciatura - la terza in meno di due anni del procuratore aggiunto di Catania, Sebastiano Ardita, a vice capo della Direzione Nazionale Antimafia.
Una vicenda rimasta marginale sui media “tradizionali” ma ciò che succede nelle stanze, fossero anche quelle dell’austero Palazzo dei Marescialli, appunto non rimane lì. E diventa, comunque e inevitabilmente, caso. Per come si è arrivati alla designazione del numero due della Superprocura antimafia e per come si era partiti. E per chiedersi, alla maniera di Fabio Fazio: che Csm che fa quattro mesi dopo il voto referendario e quella pioggia di No che ne ha bloccato la riforma? Perché qui e per noi rileva soltanto questo tema, non trattandosi di beatificare un magistrato pur valido: a questo ci pensano trombettieri di vario spessore, pesi massimi dell’impegno civile e pesi piuma del “piove governo ladro”, che domenica hanno manifestato indossando le t-shirt col nome di Ardita. A lui non saranno piaciute.
Brevissimo riassunto delle puntate precedenti. Ardita - mancato procuratore capo prima a Catania e poi a Venezia, entrando in commissione sempre “quasi” papa e uscendo sempre “solo” cardinale - stavolta corre per la Procura nazionale antimafia guidata da Giovanni Melillo, per il ruolo di vice capo, dove avrebbe ritrovato Nino Di Matteo, sostituto alla Pna, “fratello gemello” di Ardita, anni fa anche dentro il Csm.
Parametri e criteri selettivi alla mano, il procuratore aggiunto catanese sembra il favorito, ma l’iter s’inceppa per poi ripartire, a strappi. Giunti quasi al fotofinish, infatti, cambiano parametri e criteri di cui sopra: le competenze sulla cybersicurezza sfumano, emerge il “peso” dell’anzianità in materia di contrasto alle mafie, giustamente, ma con una interpretazione - dicevano gli antichi ad usum delphini - meramente aritmetica e non effettiva. Un po’ come cambiare le regole del fuorigioco a partita iniziata e fermare chessò, Haaland, quello del pigiama, mentre va in porta.
E Ardita, neanche stavolta segna, anche se lo ricordiamo discreto giocatore negli anni universitari: bandierina gialla alzata, fuorigioco. Così lui esce dal campo senza portare via il pallone: giocate voi se vi divertite. Infatti ieri ha ritirato la propria candidatura a un altro posto vacante sempre alla Pna. Ardita pagherà qualche no netto e chiaro, pagherà il suo sentirsi “altro” rispetto a schemi consolidati - meno consessi istituzionali e più incontri con i “ragazzi di quartiere” - pagherà l’aver voluto sparigliare le carte con una propria corrente alternativa a quelle storiche, pensata in tandem con Piercamillo Davigo, un’amicizia fa, e già naufragata insieme con l’asse con l’ex pm di Mani Pulite: evidentemente chi di corrente ferisce di corrente perisce. Vedrà lui stesso quale conto gli è rimasto aperto. Ha la malizia giusta per comprenderlo. Volutamente non indichiamo il nome di chi è stato scelto né quelli degli altri candidati, usciti dalla contesa ancor prima del ballottaggio finale. Non importa.
Serve invece chiedersi: ma cosa succede - ancora - al Csm? Le “solite” lotte intestine fra correnti che quindi non sarebbero state azzerate dopo il ciclone Palamara, nonostante i rassicuranti proclami pre-referendari? Banali, banalmente umane, gelosie e/o antipatie professionali? O piuttosto pressioni esterne di vario genere (escludendo da parte nostra, qualsiasi nesso tra le votazioni al Csm e il velenoso “derby” su via D’Amelio, ovvero se concentrarsi sul controverso dossier mafia e appalti o dare seguito alla fin troppo aggrovigliata pista nera)? Ancora: cos’è oggi la Procura Nazionale Antimafia dove puntava ad andare Ardita con un ruolo apicale? È lo stesso ufficio di coordinamento immaginato da Giovanni Falcone o si sta trasformando in qualcosa di maggiormente invasivo, come Paolo Borsellino temeva potesse accadere, entrando su questo punto in contrasto con l’amico morto a Capaci? Torniamo all’interrogativo di fondo: cos’è il Csm oggi?
Il voto del 22 e 23 marzo ha inteso salvare l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo, ma ha salvato le toghe da se stesse? Non è banale chiederselo in un Paese che sa brindare non ai successi propri ma alle sconfitte altrui. Prima che si alzino altre calici, senza però che vi sia stato versato alcunché.