L'analisi
Stati Uniti e Iran: ritorno alla casella di partenza?
Possibile escalation militare, intesa nucleare con l'Arabia Saudita, nuovi protagonisti regionali e ripercussioni su petrolio, rotte marittime e diplomazia europea
A cinque mesi dall'inizio della crisi tra Stati Uniti e Iran, il Medio Oriente sembra essere tornato esattamente al punto di partenza. Dopo bombardamenti, minacce, negoziati interrotti e annunci di tregua, la regione continua a vivere in una situazione di equilibrio precario. Il Memorandum of Understanding firmato tra Stati Uniti e Iran è ormai ridotto a carta straccia, tanto che Donald Trump sta valutando se compiere attacchi molto più pesanti contro Teheran di quelli effettuati finora, con l’opzione di inviare truppe di terra nel tentativo di prendere il controllo degli impianti petroliferi sull’isola di Kharg.
Il quadro si è fatto ancora più complicato con l'intesa raggiunta tra Washington e Arabia Saudita sulla cooperazione nel nucleare civile. L’accordo annunciato dalla Casa Bianca rappresenta certamente un successo diplomatico per l'amministrazione americana e rafforza il legame strategico con Riad. Ma è difficile pensare che contribuisca a rasserenare il clima regionale: al contrario, rischia di aumentare le preoccupazioni di tutti gli altri attori. Israele teme che possa aprire la strada a un riequilibrio degli assetti strategici, vanificando del tutto il clima positivo che si era creato con gli Accordi di Abramo (che sembrano ormai appartenere alla preistoria). L'Iran vi legge un ulteriore consolidamento del fronte ostile, con un Paese rivale autorizzato ad intraprendere un programma nucleare. Perfino il Pakistan osserva con attenzione l'evoluzione della vicenda, consapevole che un nuovo equilibrio nucleare nel Golfo potrebbe avere ripercussioni ben oltre la penisola arabica.
La sensazione, insomma, è quella di essere ripartiti dalla casella iniziale, ma con un numero maggiore di protagonisti e con rapporti di forza meno definiti. Questa crisi ha infatti fatto emergere attori che fino a pochi anni fa occupavano una posizione più defilata. La Turchia di Erdoğan ne sta approfittando e continua a rafforzare il proprio ruolo di potenza regionale, dialogando con interlocutori spesso tra loro contrapposti e cercando di proporsi come punto di riferimento per l'intera area. Il Pakistan ha assunto un'insolita funzione di mediazione, sfruttando i rapporti costruiti sia con Washington sia con Teheran. Ancora più significativa è la posizione della Cina, che continua a muoversi con estrema prudenza contrapponendo la propria lungimiranza e stabilità alla estrema volubilità degli Stati Uniti. Pechino evita dichiarazioni clamorose, ma consolida lentamente la propria influenza attraverso gli investimenti, le relazioni economiche e una diplomazia silenziosa che, almeno finora, si è rivelata più efficace di molte iniziative più ‘mediatiche’ e spettacolari.
Nel frattempo, l'economia mondiale ha mostrato una capacità di adattamento superiore alle attese. Nelle settimane più difficili molti analisti avevano previsto un nuovo shock energetico e una pesante reazione dei mercati finanziari, ritenendo molto probabile una nuova recessione almeno in Europa. Fortunatamente, almeno per il momento nulla di tutto questo si è verificato. Le Borse hanno ormai imparato a convivere con annunci spesso contraddittori provenienti dalla Casa Bianca, mentre il prezzo del petrolio, pur tornato a sfiorare i cento dollari al barile, è rimasto entro livelli ancora gestibili (siamo ben lontani, ad esempio, dai 140 dollari che furono raggiunti nel 2008.
Ma sarebbe imprudente scambiare questa apparente normalità per una garanzia di stabilità: la vera incognita riguarda i prossimi mesi. Se il confronto tra Washington e Teheran dovesse trasformarsi in uno scontro ancora più diretto, l'Iran potrebbe decidere di ricorrere in maniera più massiccia alla propria rete di alleati nella regione. Gli Houthi, ‘proxy’ dell’Iran nello Yemen e già protagonisti degli attacchi nel Mar Rosso negli anni scorsi, potrebbero intensificare le operazioni fino a compromettere seriamente la sicurezza dello stretto di Bab el-Mandeb. A quel punto non sarebbe più soltanto il prezzo del petrolio a preoccupare, ma l'intero sistema del commercio internazionale, che dipende dalla libertà di navigazione lungo una delle principali rotte marittime tra Asia ed Europa, dal momento che Suez si trasformerebbe nuovamente in un collo di bottiglia.
Il quesito principale da affrontare è dunque il seguente: quale strategia stanno realmente perseguendo gli Stati Uniti? La politica estera americana appare oggi fortemente condizionata dalla personalità di Donald Trump, che alterna aperture negoziali, ultimatum e dimostrazioni di forza con una rapidità che rende difficile persino agli alleati comprenderne gli obiettivi. L'impressione è che la Casa Bianca sia alla ricerca di una via d'uscita che possa essere presentata come una vittoria politica, pur essendo ormai evidente che nessuna soluzione militare potrà provocare un regime change in Iran, dove al massimo si sta registrando uno spostamento dei rapporti di forza dall’ala religiosa a quella militare. Né tantomeno sembra probabile che la gestione dello Stretto di Hormuz torni a com’era prima della guerra, con una navigazione totalmente libera e priva di controlli e pedaggi/
In questo contesto l'Europa dispone di margini di manovra limitati, ma non per questo irrilevanti. Non può competere sul terreno militare, né ha la capacità di imporre soluzioni. Può però continuare a svolgere un ruolo diplomatico, favorendo il dialogo tra i Paesi del Golfo e sostenendo ogni iniziativa che contribuisca a ridurre la tensione come ad esempio il negoziato Libano-Israele nei prossimi giorni a Rma, annunziato dal Vice Presidente e Ministro degli Affari Esteri Antoni Tajani. Anche l'Italia è quindi protagonista di questa azione, per il ruolo chiave che il nostro Paese ha nel Mediterraneo con l’ambizione di diventare nei prossimi anni un hub energetico per l’intera Europa: una situazione che andrebbe a vantaggio non solo del Vecchio Continente, ma anche dei Paesi dell’area MENA, contribuendo alla stabilizzazione politica ed economica di tutta la regione.
Ambasciatore Giovanni Castellaneta