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L'intervento

Quale futuro per il Castello Utveggio?

L’enfasi con la quale si è voluta celebrare nei giorni scorsi la riapertura nasconde alcune crude verità sulle quali va sollevato il velo

29 Luglio 2026, 17:09

17:10

Quale futuro per il Castello Utveggio

L’enfasi con la quale si è voluta celebrare nei giorni scorsi la riapertura del Castello Utveggio di Palermo, solennizzata dalla presenza del Presidente della Repubblica, nasconde alcune crude verità sulle quali va sollevato il velo.

Non tanto perché l’edificio non è di particolare pregio architettonico, estetico o storico - nacque infatti in piena euforia fascista per essere un albergo, poi dismesso - né perché altera il paesaggio naturale del Monte Pellegrino, il bel promontorio che sovrasta la città, ma per ragioni ancor più evidenti e profonde che emergono dalla storia recente della Sicilia e che è utile ripercorrere.

Innanzitutto non è stato messo in luce con sufficiente chiarezza che l’edificio, dopo un breve periodo di splendore come albergo di lusso, fu chiuso alla vigilia della guerra, durante la quale subì prima la requisizione dei comandi tedeschi e poi quella degli alleati, che lo occuparono devastandolo. Tuttavia, dopo ben un quarantennio di abbandono, fu rilevato dalla Regione che, sotto la presidenza lungimirante di Rino Nicolosi, lo recuperò una prima volta, assegnandolo come sede del nuovo Centro ricerche e studi direzionali (CERISDI), voluto fortemente da Nicolosi e da alcuni suoi illuminati collaboratori (Teresi, Rossitto etc.) come alta scuola di formazione manageriale per tutta l’area mediterranea. Contribuiva così a realizzare una effettiva centralità della Sicilia, formandosi qui le classi dirigenti dei paesi rivieraschi.

Con il supporto del Ministero del Mezzogiorno (un altro lungimirante siciliano - Calogero Mannino - ne fu ministro nei primi anni ’90) e attraverso il FORMEZ, il nuovo istituto affiancò in Sicilia l’ISIDA (Istituto superiore per imprenditori e dirigenti d’azienda), la più antica business-school italiana, fondata e diretta dal pioniere della formazione manageriale europea Gabriele Morello, che dal 1956 sfornava centinaia di manager - siciliani e non - tutt’ora sparsi nei vari continenti.

CERISDI, ISIDA e CRES (Centro per la ricerca elettronica in Sicilia), in collaborazione con le quattro Università siciliane ed altre istituzioni di tutto il mondo, fecero di Palermo fino alla fine del primo decennio di questo secolo un polo internazionale di eccellenza nell’alta formazione manageriale post-universitaria.

Ho vissuto direttamente quell’esaltante esperienza come presidente dell’Isida fino al 2005, mentre a presiedere il Cerisdi c’era Padre Ennio Pintacuda.

Perché dopo pochi anni di quel prezioso patrimonio oggi non esiste più nulla?

Si avvicinavano periodi di vacche magre per la finanza pubblica, di cui quelle istituzioni di eccellenza si avvalevano ampiamente e, prevedendo restrizioni, proposi invano a Padre Pintacuda di fondere sinergicamente i due istituti.

Il Cerisdi, essendo regionale, riceveva molto di più dalla Regione, l’Isida assai meno, perché faceva pagare molto agli allievi e alle imprese, ma avendo avute come socie finanziatrici le grandi banche siciliane - Cassa di Risparmio V.E. e Banco di Sicilia - subì le conseguenze della scomparsa di quei suoi principali sostenitori. Per il Cerisdi fu fatale l’arrivo dello tsunami Crocetta che, fra le molte devastazioni procurate alla Sicilia, si vantò più volte pubblicamente di aver procurato la sua fine. Probabilmente ignorava cosa fosse l’alta formazione e quale ritorno avessero gli investimenti in quel fondamentale settore, che peraltro non fu l’unico ad essere così diserbato dall’effetto-Attila di quel governo, ispirato al “sistema Montante & c.” di cui si è rivelato espressione.

Adesso le imprese e i Cavalieri del lavoro siciliani vorrebbero ripristinare in Sicilia la formazione manageriale.

Infatti, piuttosto che recuperare gli edifici (“l’hardware”) per farne - come è stato annunciato - un’ennesima sede di rappresentanza della già sproporzionata pomposità della Regione Siciliana (Palazzo Reale dei Normanni, Palazzo d’Orleans, Villa Malfitano etc.), non sarebbe meglio recuperare il contenuto (“il software”) andato perduto, ma ricostituibile con molto meno soldi e maggiori ritorni delle ingenti cifre investite per ristrutturare un edificio, riattivando invece processi di sviluppo e diffusione di cultura d’impresa?

A questo sarà utile dedicarsi, recuperando - anche senza intervento pubblico - i cocci che restano dell’alta formazione in Sicilia, creata e distrutta dalle due facce della politica: quella costruens e quella destruens, che troppo spesso finisce per prevalere.

Francesco Attaguile

Già direttore generale dei rapporti europei
e internazionali della Regione Siciliana e presidente
dell’Isida - Istituto superiore
per imprenditori e dirigenti d’azienda