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l’osservatorio

Quando l’ideologia si fa religione

Tutte le fedi nascono da una storia, dal rilievo che assegniamo ai precetti che le sostanziano 

11 Agosto 2026, 23:56

12 Agosto 2026, 00:00

Quando l’ideologia si fa religione

A dispetto del rifiuto che molti dichiariamo, siamo tutti condizionati dalle ideologie. Sono strumenti insuperabili dell’operare. Mente chi se ne dichiara libero. Il più pragmatico dei pragmatici esprime anch’egli un’ideologia. Somigliano alla bussola del navigante. Utili, dunque. Epperò molto meno affidabili. Mancano di oggettività. Non muovono da riferimenti certi (le linee di forza del campo magnetico terrestre), ma nascono dai convincimenti che traiamo dalle nostre (limitate e modeste) dirette esperienze e da quelle (ben più estese, anche per verticale temporalità) che ci propongono osservatori dedicati, fallibili quanto noi, ma convergenti e plurali. Meritevoli, per questo, di maggior credito.

La “storia” non parla da sé, ma per bocca di chi si impegna a ricostruirla. Le riflessioni (nostre e altrui) che ne conseguono diventano un credo ideologico (una “fede”) orientante. Sono la bussola del nostro operare.

Tutte le fedi nascono da una storia. Dal rilievo che assegniamo ai precetti che le sostanziano (comandamenti di una divinità accettata, massime ricavate da una esperienza di successo, convincimenti di registrata larghissima condivisione). È di ogni evidenza il ruolo che la fonte vi svolge. Una fede di origine divina gode per definizione della speciale “autorità” di essa (Dio). Per il “credente”, l’ha di natura sua. Ed esige perciò sottomissione, scrupolosa (“religiosa” appunto) dedizione. Quelle di origine umana si legano invece (finché restano un fatto culturale) alla “autorevolezza” di chi le propone. Non si impongono. Vi aderiamo spontaneamente. Talora ci condizionano anche solo per la diffusa adesione che ricevono. Con due conseguenze. La prima è che esse diventano costume anche del “non credente”.

Come osservò Croce («non possiamo non dirci cristiani»), il Cristianesimo è così penetrato nelle nostre culture “laiche” da configurarle in molto. La seconda è che esse tendono a invadere la politica. A divenire “autoritative”. È sempre accaduto. La Chiesa impose (quando i tempi lo consentirono) la propria visione del mondo persino alla scienza. Lo stesso hanno fatto i moderni. Non lo hanno fatto tutti con la stessa intensità. Ma è accaduto. E sta tornando ad accadere.

In una lunga fase della storia europea recente (quella compresa tra la Rivoluzione francese e la Prima guerra mondiale) le “fedi” politiche - negli Stati “liberali” (pochi fino alla seconda metà dell’Ottocento) - sono rimaste professioni di opportunità. Ciascuno ne nutriva una (con la forza e la dedizione del proprio libero aderirvi) senza negare per questo la legittimità delle altre. Ne combatteva (argomentando) l’opportunità.

Con il 1917 si è aperta una fase nuova. Una rivoluzione cancellò il regime zarista e insediò in Russia un ordinamento sostenuto da una “fede” politica “moderna” (veniva anch’essa dall’Illuminismo) imposta alla comunità da un’autorità di governo. L’esempio si diffuse. Stati che erano stati “liberali” - aperti cioè a una permanente, libera discussione di quale fosse l’ideologia più opportuna (adottandone perciò nei fatti una sempre mediante) - cessarono di esserlo, sposandone una (specifica e connotata) totalizzante. Di alcune di esse (il nazismo e i fascismi più aggressivi) liquidò l’esistenza la Seconda guerra mondiale. Del comunismo (che da russo era divenuto frattanto di molta più estesa pratica) fu necessario attendere (della versione europea, almeno) l’implosione. Con conseguenze comunque non esaurite (vedi quanto è avvenuto e avviene nella Russia putiniana). Ma il fenomeno ha lasciato eredità più profonde. Basti ricordare (in direzioni certo non omologhe) casi attuali e notissimi, europei come quello della Turchia o più lontani (ma solo geograficamente) come quelli di Iran o Cina.

Al contrario di quel che si ripete, questa storia non è affatto alle spalle.

Nell’intento di impedire il ripetersi di quanto accaduto nella prima parte del secolo (nazismo e fascismi) o che si estendesse quanto avveniva ancora nei Paesi del blocco sovietico (comunismo), una parte dei vincitori della guerra (i Paesi cd “occidentali”) ha pensato di blindare il credo “liberaldemocratico” (rilegittimato a così caro prezzo) con accorgimenti che restringessero lo spazio degli altri. Si sono moltiplicate le enunciazioni solenni (carte dei diritti). Le nostre costituzioni (e l’italiana specialmente) sono divenute “ideologicamente” orientate. In ragione di una storia dolorosa, si è pensato di cancellare la storia.

Non ha palesemente funzionato. Semplicemente, perché non può funzionare.

Il “nostro” mondo è in disfacimento e sotto attacco. Travolto da una contraddizione. Predica libertà estrema, mentre ne pratica un contenimento di molte. Lascia negare a chi lo voglia il principio di autorità (una necessità insuperabile di ogni “ordine” sociale) e ne impone allo stesso tempo uno pervasivo e impersonale (quello del “pensiero unico”) che si insinua nel quotidiano dei … quotidiani.

Non si può essere “liberali” per dovere. Né si può fare di un metodo di decisione (la democrazia) uno strumento per imprimere direzioni obbligate alla storia, aprendo campo a oligarchie di fatto molto influenti. Ne abbiamo fatto le élites del nostro tempo. Lo erano per uno spontaneo credito (autorevolezza). Lo sono oggi per un’investitura che le rende autorità. Certo, non ne subiamo un’unica formale. Ma è troppo diverso subire le indicazioni di indirizzo che ci vengono da molteplici “autorità garanti” dedicate? Costituite dai governi, non presidiano solo la legittimità dell’operare, ma ne indirizzano anche l’opportunità. Riconoscono insomma spazi di libertà esercitabili, purché … in conformità. E con un soprapprezzo spesso di asfissiante burocrazia.

Le “ideologie” che orientano le umane relazioni (organizzandole e disciplinandole) sono strumenti storici e soggettivi. Allenano alla relatività e alla fallibilità dei nostri convincimenti. Utilissime se restano quel che sono, un disastro se divengono religioni.