L'intervento di Armando Siri
Ponte, la vera sfida non è lo Stretto: sono i tempi dell'Italia
L'ex sottosegretario alle Infrastrutture confronta Messina con Turchia e Cina: "All'estero bastano sei-otto anni, da noi quarant'anni di palude burocratica"
Nel grande libro delle infrastrutture globali, la velocità è diventata la vera valuta del successo. Muovere merci, persone e capitali richiede scelte rapide. Se si volge lo sguardo agli ultimi anni, la mappa dei grandi ponti sospesi mondiali racconta una storia di forte accelerazione decisionale e costruttiva. Una storia che, se proiettata sullo specchio d'acqua che separa la Calabria dalla Sicilia, evidenzia il profondo divario che separa l’Italia dai modelli di sviluppo internazionali.
Il parallelismo più evidente ha un nome e una data: il Çanakkale Bridge, in Turchia inaugurato nel marzo del 2022, che oggi è il ponte sospeso a campata unica più lungo del mondo, con i suoi 2.023 metri. Per passare dalla decisione politica all'apertura dei cantieri, il governo di Ankara e il consorzio costruttore hanno impiegato appena dodici mesi. Da quel momento, sono serviti esattamente cinque anni di lavori continui per tagliare il nastro. Un iter simile si è registrato a Wuhan, in Cina, per lo Yangsigang Yangtze River Bridge, un colosso a doppio impalcato completato in meno di cinque anni dopo un'istruttoria tecnica e ambientale durata poco più di ventiquattro mesi. In totale, tra il foglio bianco e l'opera finita, all'estero servono tra i sei e gli otto anni per completare opere monumentali.
In Italia, dopo oltre quarant'anni di dibattiti, l'iter per il Ponte di Messina è ancora nel pieno della sua palude burocratica che in realtà è solo il riflesso di una cancrena ideologica che divora i tessuti dell’intero Paese da ottant’anni. Questo divario con gli altri Paesi infatti non risiede nella capacità ingegneristica - dove le aziende italiane restano tra le migliori al mondo - o nella mancanza di fondi, ma nella struttura stessa dei processi decisionali.
Il successo degli altri modelli internazionali si fonda su un concetto semplice: presa una decisione nessuno lavora contro ma tutti lavorano, con le loro competenze, perché questa sia realizzata. A questo si uniscono formule finanziarie aggressive, come i contratti internazionali di tipo Build-Operate-Transfer, che delegano ai privati l'onere della velocità: chi costruisce ha fretta di finire per iniziare a riscuotere i pedaggi e rientrare dall'investimento. La progettazione avviene in parallelo, permettendo l'apertura dei cantieri per le opere propedeutiche mentre gli ingegneri stanno ancora affinando i dettagli dell'impalcato, riducendo a zero i tempi morti.
In Italia, il percorso per unire le sponde segue una filosofia opposta, mossa dal principio della massima cautela e del contrappeso giuridico. Solo l'ultimo capitolo della saga, riaperto politicamente nel marzo 2023, ha richiesto oltre tre anni di istruttoria preparatoria. Un cammino a ostacoli fatto di aggiornamenti del Progetto Definitivo, integrazioni ambientali e, infine, il parere tecnico favorevole con prescrizioni rilasciato pochi giorni fa dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.
Da noi l'istruttoria non è un trampolino, ma un'arena di scontro permanente. Il sistema prevede una stratificazione di controlli, dalla Valutazione di Impatto Ambientale ai ricorsi al Tar fino ai veti degli enti locali, che trasforma la fase preparatoria in un ciclo continuo di stop-and-go. Solo la determinazione politica e personale di Matteo Salvini in qualità di Ministro delle Infrastrutture ha potuto consentire al progetto di arrivare dove non era mai giunto prima. E verrebbe da chiedersi se alle prossime elezioni i siciliani premieranno questa battaglia contro tutto e tutti per la loro terra o come spesso accade lo daranno per scontato. Il resto dell’Italia è in attesa di una risposta alla domanda più diffusa: ma i siciliani vogliono davvero il Ponte e dimostreranno di essere riconoscenti a Salvini per i suoi sforzi alle prossime elezioni?
Del resto se nei Dardanelli l'approvazione è un atto amministrativo, a Messina è un negoziato politico, sociale e ideologico che si trascina di legislatura in legislatura. Questo approccio iper-garantista genera un paradosso economico letale: il tempo che passa costa più del cemento. Aggiornare progetti vecchi di dieci o vent'anni richiede milioni di euro in perizie, mentre l'inflazione dei materiali erode la sostenibilità finanziaria dell'opera. Il Ponte sullo Stretto di Messina, con la sua campata unica da 3.300 metri, supererà di gran lunga le sfide ingegneristiche affrontate in Turchia o in Cina. Ma la vera sfida che l'Italia deve vincere non è contro le correnti dello Stretto o il rischio sismico; è la sfida contro i propri tempi interni. Se i cantieri preliminari partiranno nei prossimi mesi, Messina richiederà comunque non meno di sei o sette anni di lavori.
Ma anche questa resta una linea di traguardo tracciata solo sulla carta. Chi può infatti garantirci che, un secondo dopo l'avvio delle ruspe, non intervenga un giudice a congelare i lavori, non piombi l'ennesima inchiesta a effetto, o non sia sufficiente una centralina saltata a bloccare di nuovo tutto? La verità è che questo Paese sembra voler rimanere ostinatamente inchiodato nella rabbia e nella rivalsa contro se stesso, come la vittima di una malattia autoimmune che aggredisce le sue stesse cellule vitali. Per spezzare questo incantesimo serve una filiera decisionale corta. Il Ponte di Messina non è che il sintomo macroscopico di una patologia molto più profonda, che affonda le radici direttamente nel nostro impianto costituzionale. Un'architettura istituzionale edificata - per dirla con le parole di Francesco Cossiga - affinché tutto rimanga rigorosamente fermo, così che ognuno possa sentirsi garantito nel proprio potere di veto. È inaccettabile un sistema in cui una scelta strategica del Parlamento, che dovrebbe essere subito operativa, debba invece essere prima sanzionata da organismi istituzionali di secondo livello. Questo vulnus non riguarda solo l’iter di realizzazione del Ponte sullo Stretto ma ogni processo decisionale del Paese con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti: immobilismo cronico e frustrazione dell’elettorato privato delle proprie aspettative e prerogative.
Se è vero infatti che il mandato parlamentare si realizza sulla base di promesse fatte all’elettore che compie la propria scelta per vederle realizzate e poi questa scelta viene ostacolata e invalidata da organismi minori si assiste allora nei fatti alla menomazione del postulato del primo articolo dei principi fondamentali della Carta “la sovranità appartiene al popolo”. Neppure supposti difetti nell’iter realizzativo necessario ad applicare le decisioni parlamentari può essere sufficiente a bloccare una Legge. Semmai sarebbe onere degli organi di controllo, una volta individuate le criticità, attivarsi speditamente per prescrivere il modo più efficiente e rapido per procedere con la concretizzazione di quanto deciso dal Parlamento. Senza una profonda riforma di sistema, che abbia il coraggio politico di restituire lo scettro del potere ai cittadini attraverso rappresentanti dotati di un'autentica potestà decisionale, a rimanere incompiuto non sarà solo il ponte, ma l'intero processo evolutivo dell'Italia.
Il principio cardine della democrazia deve ritrovare la sua grammatica elementare: la maggioranza decide, la minoranza controlla, il Parlamento è sovrano. Al di sopra della volontà popolare non può e non deve esserci alcuna giurisdizione contigua o potere sostitutivo. Il nostro attuale ordinamento è invece il figlio diretto di quel compromesso storico nato per creare solo l'illusione del comando, di cui ci si compiace pur di non assumersi la responsabilità storica di decidere e di fare.É arrivato il momento di dire a gran voce, a tutela di tutti i cittadini quelli che oggi sono maggioranza e quelli che lo saranno domani, che chi vince le elezioni ha il dovere e il diritto di decidere; se sbaglia, saranno gli elettori a punirlo alla tornata successiva. Ma un grande Paese ha bisogno di cantieri aperti e di coraggioso sguardo in avanti non di piedi affondati nelle paure del passato ed eterni processi alle intenzioni.
* Già Sottosegretario al Ministero
delle Infrastrutture e dei Trasporti