Il commento di Elvira Seminara
Ridateci, ladri di identità e visioni, la nostra stella
Il furto delle opere di Antonello per destrezza e velocità conferma i nostri paradossi, l’ambivalenza tutta siciliana tra estasi e negligenza, tra genio nell’illecito e inerzia nel civile
di Elvira Seminara
“A chi sorride l’“Ignoto marinaio”, beffardo e misterioso, sotto la polvere nera che ci ottunde e strema, in quest’estate di fiamme e roghi? Cosa vuol dirci, o presagire, quel suo sguardo lungo e obliquo insinuato tra le ombre della nostra vita ordinaria, di benpensanti uniti dal culto di ferragosto, smaniosi di dimenticare? Per noi amanti come lui dei simboli nascosti e dei dettagli, non è un caso che il furto delle sue opere nel Museo regionale di Messina sia avvenuto il 15 agosto, mentre la città (abitanti, istituzioni e forze dell’ordine) si raccoglieva festosa e ignara intorno alla Vara (un carro votivo di 13 metri e 8 tonnellate) per celebrare la Madonna Assunta - che frattanto, nella versione materna con il Bambino in braccio, impressa sulla tavola, lasciava il Museo tra le mani dei ladri.
Una tragica beffa, sì, che per destrezza e velocità conferma i nostri paradossi, l’ambivalenza tutta siciliana tra estasi e negligenza, tra genio nell’illecito e inerzia nel civile. Penso a tutto questo, da ieri, ma la verità è un’altra: questo furto mi ha smosso dentro una malinconia rabbiosa e incandescente, oscura e frustrante come questa sabbia nera. Perché io lo amo, Antonello da Messina, e non è un caso (mi scuso per l’intrusione autobiografica) che il “Lunario dei giorni insonni” si svolga tutto nel singolare residence “Ignoto marinaio”. Amo i suoi volti estratti dalla vita vera, con segni e solchi di sogni e fatiche, così terrestri anche nella santità, e amo lo sperdimento in cui li immerge, tra memoria e mistero, tristezza e quiete. Amo i suoi volti contadini di “Ecce Homo”, trafitti da smorfie di pena e disincanto, così poco ieratici, sporchi di terra e di sudore, di incertezza. Chi potrebbe d’altronde non perdersi, e smemorarsi libero, nella biblioteca metafisica e reale del suo “San Girolamo”, vagante immobile nello spazio astrale e domestico di un ambiente saturo di armonia, che unisce il minimo col massimo, il dettaglio con l’iperbole, la sfida e l’approdo? E non è in tutto questo, dico, il corto circuito fra sacro e profano, simbolo e materia, la minuzia e l’infinito, la nostra profonda natura di siciliani? Ridateci, ladri di identità e visioni, la nostra stella e le sue impronte violate. La sua orbita è il mondo, ma la sua casa è Messina. Da qui vuole guardarci, benevolo e sornione. Illuminarci.