il commento
Quando mi vergognai di essere siciliano
Combattere la mafia nel quotidiano contro la cultura del giustificazionismo
Ero a Bolzano il 3 settembre 1982, a un corso universitario, quando giunse la notizia dell’attentato al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della sua morte assieme a quella della moglie Emanuela Setti Carraro e di Domenico Russo. La data mi è rimasta impressa per il sentimento di vergogna che ho provato quale siciliano: la stessa che, poi, ho sperimentato a Roma, il 23 maggio 1992, quando il mondo intero si sbalordì a sentire che addirittura si era fatto saltare il viadotto di un’autostrada per uccidere Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i poliziotti della scorta; e all’università di Heidelberg, il 19 luglio dello stesso anno, a piangere Paolo Borsellino e, ancora una volta, i poliziotti uccisi.
La storia siciliana è purtroppo ricca di morti ammazzati dalla mafia: poliziotti e carabinieri, giudici, gente comune colpevole solo di essersi trovata al momento sbagliato a essere testimone di delitti. Ma quei tre morti hanno un valore in più perché nella storia più recente hanno rappresentato i simboli del possibile riscatto della Sicilia dalla mafia, dalla sua violenza e dalla sua sub-cultura. Sono stati non a caso delitti dimostrativi della potenza mafiosa, delitti-simbolo come già quello di Piersanti Mattarella il 6 gennaio 1980 e quello di Giuseppe Fava il 5 gennaio 1984. La mafia ha inteso mostrare la sua forza, presentarsi come potere capace di intrattenere relazioni alla pari con lo Stato, tanto con la strage di via dei Georgofili da costringerlo alla trattativa.
Il delitto Dalla Chiesa è stato la prova della capacità di fuoco della mafia: un delitto a carico di chi ancora doveva iniziare il lavoro in Sicilia e attendeva che gli fossero attribuiti specifici poteri. Un delitto esemplare nella sua logica di potenza: a dire che qui si tratta con la mafia.
Date e luoghi e un senso di grande vergogna di fronte gli amici e i conoscenti “italiani” ed europei. Noi siciliani non riuscivamo a cambiare. E agli amici che mi chiedevano spiegazioni non sapevo dire niente. La vergogna di essere siciliani e diversi da tutti gli altri uomini del mondo, di rassegnarci alle ingiustizie ed alle violenze, di essere immuni da ogni pur minimo rispetto delle regole di convivenza. Sapere che, mentre gli parli, gli interlocutori “italiani”, anche gli amici più cari, nutrono il dubbio che chissà quali relazioni ogni siciliano coltiva. Qualche volta la domanda sotterranea prende voce e ci chiedono come e perché accettiamo tutto questo.
Abbiamo abbandonato coppole e scialli neri, e ci vestiamo come tutti gli altri occidentali, ma non abbiamo perso la sensazione che gli altri ci accostino anche solo in un fugace pensiero ai killer di vittime innocenti o, comunque, ci addebitino di non fare nulla per cambiare. La vergogna di quanto accaduto non ci lascia - ed è da sperare che non ci lasci.
Dal 1992 tanti risultati sono stati raggiunti nella lotta alla mafia: sarebbe ingeneroso non riconoscerlo a forze dell’ordine, a magistrati inquirenti e giudicanti che impiegano ogni giorno le loro energie, a prefetti che monitorano le relazioni economiche ed amministrative, ad imprenditori che rifiutano il pizzo. Ma in me - e in tanti altri - permane il senso di vergogna: possibile che queste cose siano avvenute in Sicilia? Possibile che le tolleriamo e magari conviviamo con chi organizza stragi?
So che non c’entra con la mafia, almeno direttamente, ma racconto l’episodio perché lo trovo espressione di quella mentalità giustificazionista nella quale noi siciliani siamo tanto bravi: e quindi ad aver rapporti economici con parenti di mafiosi perchè … i cugini sono diversi, ad accettare o a promettere regali che tanto non significano nulla, a non denunciare le piccole violenze, ad accettare i voti di soggetti mafiosi perché tanto non li si chiede ma se vengono che facciamo?
Tempo fa un amico mi indirizzò da un affermato medico; solo che quando prenotai mi accorsi che il medico condivideva lo studio con un collega protagonista di uno scandalo nelle forniture sanitarie e che se ne era uscito con un patteggiamento. Allora disdettai l’appuntamento: se i professionisti non sanno distinguere tra i soci perchè tanto siamo tutti uguali (soprattutto di fronte ai soldi), allora non c’è speranza di cambiare.
Sia chiaro: non voglio negare l’importanza della riabilitazione in campo penale e, come si dice oggi, della giustizia riparativa. Ma essa richiede una qualche manifestazione pubblica di riconoscimento del danno sociale provocato, non un comodo patteggiamento per sottrarsi a sanzioni più pesanti e ricominciare daccapo, come se niente fosse.
L’esempio - limitato come tanti esempi, per carità - mi viene in mente proprio riguardo la cultura mafiosa che alligna in condotte opache nelle quali ci si ritrova, perché tutti fanno così o perché se non lo faccio io, lo farà qualcun altro. Il solito giustificazionismo. Eppure la mafia si combatte anche sapendo dire no nelle cose più piccole. E per noi siciliani significa alla fine saper rispondere al resto del mondo sul perché tutto ciò da noi è stato possibile.
