Politica
La Germania cambia volto e l’Europa torna a guardare alla storia
Il trionfo dell’AfD nel Land orientale è un segnale politico che va oltre i confini tedeschi e alimenta i timori sull’avanzata dell’estrema destra
La vittoria schiacciante di AfD in Sassonia non è un episodio regionale: è un terremoto politico che attraversa l’Europa come un’onda lunga. Un segnale che ricorda quanto il Novecento non sia un capitolo chiuso, ma un manuale di istruzioni su ciò che accade quando la democrazia si indebolisce e la paura diventa linguaggio politico.
In Sassonia AfD non ha semplicemente vinto: ha dominato, trasformando un voto locale in un manifesto nazionale. E mentre la Germania accelera il riarmo - spinta dall’Europa dopo l’invasione russa dell’Ucraina - la domanda che serpeggia nelle cancellerie è brutale: che cosa succede quando un Paese che abbiamo contribuito a riarmare mette quelle armi nelle mani di chi flirta con il neonazismo?
La storia del ’900 è lì a ricordarlo: la combinazione tra crisi economica, rancore sociale e nazionalismo armato è sempre stata la miscela più esplosiva del continente. Dopo il 2022, Bruxelles e Washington hanno chiesto alla Germania di “assumersi responsabilità”. Berlino ha risposto con 100 miliardi di euro per modernizzare la Bundeswehr, con un aumento costante delle spese militari e con un nuovo protagonismo strategico. La storia però insegna che la Germania armata è un problema quando la Germania democratica vacilla, e oggi vacilla.
Il politologo Münkler lo ha detto senza giri di parole: «Stiamo costruendo un esercito che potrebbe essere gestito da un governo che non condivide i valori della Repubblica Federale». Una frase che dovrebbe campeggiare sui muri di Bruxelles. La Germania del 2026 non è quella del 1933. Ma la dinamica psicologica è simile: crisi, delegittimazione delle istituzioni, ricerca del nemico interno, culto della forza, normalizzazione dell’estrema destra.
Nel 1930 i nazisti erano un fenomeno marginale. Nel 1932 erano la prima forza politica. Nel 1933 governavano. La velocità è sempre stata la cifra del disastro tedesco.
La vittoria di AfD in Sassonia rischia di essere la scintilla che accende una corsa al riarmo in tutta Europa: la Polonia punta al più grande esercito terrestre del continente; la Francia spinge per un esercito europeo autonomo; l’Italia aumenta la spesa militare; la Finlandia e la Svezia, entrate nella Nato, potenziano le loro forze armate. È un clima che ricorda gli anni ’20 e ’30: ognuno teme il vicino, ognuno si arma “per difendersi”.
E la difesa, spesso, è solo il nome elegante dell’attacco.
La presidente della Commissione europea ha dichiarato che gli europei devono accettare «la nuova normalità» e «essere pronti a rispondere all’irresponsabilità della Russia nel modo più rapido ed efficace».
Parole che suonano come la premessa di un riarmo strutturale, quasi inevitabile.
Il Papa, nel suo discorso alla Sapienza, ha ammonito: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia e arricchisce élite cui nulla importa del bene comune». E ancora, nell’enciclica Magnifica Humanitas, il Pontefice denuncia «la normalizzazione della guerra» e invita a «costruire la civiltà dell’amore» contro la cultura della potenza. In un altro intervento, Leone XIV ha scritto che la diplomazia non è tattica, ma “carità pensante”, e che i diplomatici devono essere «ponti di speranza quando il bene vacilla». La verità è che l’Europa ha sottovalutato la fragilità della sua democrazia.
Ha pensato che il riarmo fosse una questione tecnica, un bilancio da approvare, un gesto di responsabilità internazionale. Non ha considerato che le armi non sono mai neutre: dipendono da chi le comanda. Se chi le comanda non crede nella democrazia, allora la democrazia è in pericolo.
La vittoria di AfD in Sassonia è un avvertimento. Un promemoria storico.
Un segnale che dice che il Novecento può tornare, e quando torna non bussa: sfonda la porta. Ma non è un destino inevitabile, l’Europa può ancora scegliere: la via della diplomazia, quella che Leone XIV definisce “arte evangelica dell’incontro”; l’isolamento degli interessi privatistici, che trasformano il riarmo in business e la paura in profitto; un nuovo senso di responsabilità, capace di guardare al bene comune e non alle convenienze del momento. Perché la pace non è un’utopia: è una scelta politica.
Oggi più che mai è la scelta che l’Europa deve avere il coraggio di fare.