l'analisi
Orizzonti urbani, la qualità dello spazio pubblico
Una città vive non solo del suo dinamismo ma anche di silenzio, penombra, inerzia termica, lontananza dal traffico ed altro
Parlando di qualità dello spazio pubblico si pensa alle piazze, alle strade; ci interroghiamo sul sistema del verde urbano e sui servizi di prossimità. Campi che incidono sul modo in cui la città può esser abitata e la loro efficienza e piacevolezza fanno parte del diritto all’abitazione complessivamente inteso; molteplici le risposte che il dibattito disciplinare ha cercato di dare, coordinandole al tema del cambiamento climatico cui bisogna adattarsi. Ecco che nascono concetti, anche mode talvolta acriticamente accettate, quali la rinaturalizzazione dei suoli urbani e il depaving, gli esperimenti di urbanistica tattica, la riforestazione urbana e poi, seguendo pensieri urbanistici nati altrove, la città dei 15 minuti o quella 30 (km/h), il contrasto alla mobilità privata e la riduzione dello spazio a questa dedicata. Dico acriticamente non perché ciascuna di queste tecniche sia sbagliata ma perché spesso nascono in contesti diversi da quelli delle nostre città e dei nostri centri storici e non tengono conto dei presupposti per i quali esse possono essere applicate. Cito, come esempio, la questione delle piste ciclabili che, se in determinati contesti sociali e strutturali del territorio rappresentano una risposta ad una diffusa e preesistente esigenza delle persone, in altri rappresentano una evidente forzatura di poca o nessuna utilità se non quella di aver speso rilevanti fondi pubblici. Ma è solo un esempio anche se su questo, una volta o l’altra, ci si dovrà seriamente interrogare.
Tornando allo spazio pubblico, esso ha valore funzionale e relazionale e, in ciò, hanno un importante ruolo i sistemi dei servizi alla cittadinanza e gli esercizi pubblici. Non ce ne stiamo preoccupando abbastanza se consentiamo che essi si riducano nel numero e nella distribuzione, essendo causa e conseguenza della gentrificazione in atto nelle città a più alto tasso di interesse.
Come pure ci lamentiamo della scarsità di superfici che possiamo destinare all’uso pubblico. Lo consideriamo, da sempre, come superficie al suolo, pianifichiamo quello che su una mappa vediamo da una vista dall’alto ideale, monodimensionalmente, e quindi pensiamo ad una successione orizzontale di luoghi e funzioni. In realtà, cambiando prospettiva, avremmo tre suoli - tre ambiti - a cui pensare: lo spazio sotto la città, quello in superficie e quello in quota, sui tetti dei fabbricati. Da questo punto di vista è da segnalare una recente ricerca di Maurizio Carta (Il sottosopra. Esplorazioni nel quarto spazio ctonio e aereo) che analizza le possibilità che la città può offrire solo a considerare, oltre che la sua pianta, anche i suoi alzati. Esiste nelle città, superando l’urbanistica convenzionale, una rete multidimensionale, sovrascrivibile, di spazi e luoghi che rappresentano una incredibile interfaccia che collega mondi ad oggi nascosti. Nel suo saggio ci descrive una serie di esempi concreti dove questo principio, magari non ancora pensiero strategico, è stato applicato e dove una serie di luoghi, prima invisibili, diventano una costellazione di spazi civici: una città abitata, percorsa, non solo nella sua superficie ma anche nella sua sezione facendo esplodere il suo dinamismo. Parigi, Aalborg, Tirana, Copenaghen ne sono esempi concreti: lo spazio pubblico si arricchisce di qualità che la superficie al suolo non può dare: silenzio, penombra, inerzia termica, lontananza dal traffico ed altro. Dovremmo guardare con altri occhi, con altro sentimento.
*Giuseppe Scannella
direttivo del Centro di documentazione, ricerca e studio sulla cultura dei rischi, Unict