la riflessione
L’esempio di Antonino Saetta per la Sicilia che vorrei
Ricordo e monito: il sacrificio del magistrato (e del figlio Stefano), la lotta contro la mafia e l'appello alla coerenza delle istituzioni
Signor Direttore
La ringrazio per farmi condividere parte delle mie riflessioni lette ieri sulla strada statale 640 davanti alla “Stele Saetta” alla presenza di Gabriella e Roberto Saetta in occasione dell’anniversario dell’omicidio del giudice e loro padre Antonino Saetta e del loro fratello Stefano, uccisi 38 anni fa nei pressi di Canicattì a poca distanza da dove - due anni dopo nel 1990 - venne assassinato il giudice Rosario Livatino. Il giudice Saetta non è mai stato ricordato e celebrato come merita: il suo nome va iscritto tra coloro che meritano la gloria dell’eternità e della riconoscenza da parte dei siciliani e dell’Italia. Nel mio discorso ho provato a spiegare il perché.
La sua ospitalità e la coincidenza con il tributo dovuto al giudice Saetta mi porta a un’ulteriore riflessione sul tempo presente dopo essere intervenuto in agosto dicendo la mia sulla Sicilia che (non) vorrei. Da allora ho letto e sentito molte altre cose che proprio non vorrei per la mia Sicilia! Nella desolazione di un dibattito politico dal quale mi tengo a debita distanza perché è un dibattito che - da qualsiasi parte politica si osservi - si rivela troppe volte stancamente sterile e prigioniero di logiche sideralmente distanti dal compito di alto “servizio” che si deve ai siciliani, mi rifugio con umiltà dunque nell’esempio di due figli di Sicilia: Saetta e Livatino. E sono guidato in questo da quella sana, onesta e ostinata intransigenza che rimane il faro di ogni azione mia e dei siciliani.
Oggi la Camera dei Deputati si unisce e si inchina nel ricordo di Antonino Saetta e di suo figlio Stefano in questo luogo che li vide martirizzati dalla mafia 38 anni fa il 25 settembre 1988. I vigliacchi, gli assassini di quella feccia che si fa chiamare mafia si accanirono su di loro con una gragnuola di proiettili. Venne colpito ed eliminato un magistrato chiamato non a indagare, ma a giudicare; e con lui veniva ucciso un figlio che nulla aveva a che fare con i processi del padre. Lo sappiamo: Antonino Saetta fu ucciso per le sentenze che aveva scritto e per quelle che avrebbe potuto scrivere. Incarnava la vivida certezza di un pericolo presente e imminente per i delinquenti. E questo perché aveva presieduto, con rigore e indipendenza, processi di primo piano contro l’organizzazione mafiosa, tra i quali il giudizio d’appello per l’omicidio del Capitano dei Carabinieri Emanuele Basile così come il dibattimento d’appello per la strage nella quale morì il consigliere Rocco Chinnici. Avrebbe probabilmente presieduto la Corte d’Appello chiamata a giudicare il primo maxiprocesso a Cosa Nostra.
La mafia volle eliminare un giudice che non si sarebbe lasciato condizionare, e sapeva già che la sua era una corazza impenetrabile: per questo volle farlo in modo esemplare, perché il messaggio raggiungesse chiunque altro fosse chiamato a giudicarla. Quel disegno di intimidazione non ha raggiunto il suo scopo. Il valore e la testimonianza custoditi nella memoria che oggi rinnoviamo sono divenuti la forza che sostiene la lotta quotidiana alla criminalità organizzata: ogni sentenza pronunciata in libertà, ogni indagine condotta senza timore, ogni cittadino che rifiuta il silenzio sono la risposta che lo Stato ha saputo dare a quell’agguato. Un esempio ribadito due anni dopo l’agguato al giudice Saetta e suo figlio con l’assassinio avvenuto a poca distanza da qui del giudice Rosario Livatino. E anche il beato Livatino, ucciso a 38 anni in odium fidei, aveva rifiutato la scorta come Saetta e si muoveva con un’utilitaria.
La strada statale 640 è divenuta una sorta di via crucis, dove le stazioni che segnano il percorso della passione civica sono i luoghi dell’omicidio del giudice Saetta e del figlio Stefano, del giudice Livatino. (…) Della magistratura, Saetta incarnò il volto meno visibile e più necessario: quello del giudice che non compare, che non rilascia dichiarazioni, che parla solo e soltanto attraverso le motivazioni delle proprie sentenze. Proprio per questo il suo assassinio segnò un salto di qualità nella sfida della mafia allo Stato: non più soltanto l’attacco a chi indaga, ma l’attacco diretto all’atto stesso del giudicare che è il cuore della giurisdizione. In Stefano Saetta ricordiamo la vittima innocente. La sua morte ci dice che la violenza mafiosa non conosce confini: colpisce il servitore dello Stato e, insieme, la sua famiglia, i suoi affetti, la sua vita privata. Ricordarlo accanto al padre, non è soltanto un gesto di pietà, ma un atto di verità: la mafia non uccide ruoli, uccide persone. Nella via crucis che è la statale 640 e che è luogo di riscatto della società civile, lo voglio sottolineare ancora, sarebbe caduto Rosario Livatino , anche lui figlio di Canicatti.
La settimana della legalità che ogni anno riunisce qui istituzioni, scuole e cittadini è il segno che quella memoria non è stata consegnata al colpevole oblio del silenzio, ma è divenuta patrimonio vivente di una comunità. Il Parlamento condivide per intero la responsabilità di questa memoria. Ma spetta a ciascuno di noi, prima ancora, la coerenza dei comportamenti unita a una sana, onesta e ostinata intransigenza: perché la mafia arretra laddove incontra istituzioni credibili e persone che non si lasciano intimidire. Abbiamo deposto dunque questa corona in memoria di Antonino e Stefano Saetta con gratitudine e con il rinnovo di un impegno: che il loro sacrificio continui a educare le nuove generazioni al valore della giustizia e del dovere e ricordi a tutti che uno Stato è libero quando i suoi giudici sono liberi.
*Vicepresidente della Camera, deputato di Forza Italia