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Malika Ayane con la sua voce irresistibile torna in Sicilia

La cantante, che ha in uscita il suo quinto disco, sarà il 23 gennaio al Metropolitan di Catania e il 24 al Golden di Palermo

Malika Ayane con la sua voce irresistibile torna in Sicilia

Malika Ayane

Un disco, il quinto della sua carriera, che è come un mosaico ricco di suoni e tessere musicali diverse. Un tour che alterna concerti intimi e raffinati ad altri più energici. Malika Ayane sta per arrivare in Sicilia con due date organizzate da Show Biz, entrambe nei teatri: il 23 gennaio al Metropolitan di Catania e il 24 al Golden di Palermo. Sul palcoscenico Daniele Di Gregorio alla marimba, Carlo Gaudiello al piano, Marco Mariniello al basso, Nico Lippolis alla batteria e Jacopo Bertacco alla chitarra. «Sono veramente felice di questo tour - racconta Malika - che in realtà è fatto di due tipi di concerti. Uno dedicato all’ascolto, con una qualità più alta del suono, come il teatro spesso ci garantisce. Per esplorare i lati musicali più aspri delle mie canzoni, invece, la stessa scaletta viene suonata nei club e con due soli strumenti, per una visione più ritmata, ruspante, dedicata al ballo e all’interazione».

Torni in Sicilia dopo esserti esibita nell’estate del 2016 al Teatro Antico di Taormina…

«Quella volta sono riuscita a portare con me anche mia figlia e il giorno dopo siamo andate in giro a visitare alcuni siti archeologici. La Sicilia per me è sempre una scoperta. La prima volta in tournée visitai posti come San Vito Lo Capo e Cefalù, che mi fecero innamorare pazzamente. Lo so che sembra una frase di circostanza, ma torno sempre volentieri. Sarà l’isola, sarà l’essere mediterranei. Devo ancora capire bene di che tipo di energia si tratti ma sicuramente è diversa da tutti gli altri posti in cui sono stata».

“Domino” è il tuo nuovo disco, il quinto della tua carriera. Come lo collochi nel tuo percorso?

«A mio parere è il disco più bello. Sono passati dieci anni dal primo e per certi versi ci sono delle analogie, ovvero una sana, ingenua, serenissima voglia di fare solo un bell’album, senza considerare altri aspetti».

Per la serie “faccio quello che amo fregandomene delle mode del momento”?

«Più che altro, tra gli anni Ottanta e i Novanta c’erano tante cose che, facendo anche un po’ gli snob, potevamo considerare di qualità discutibile ma che funzionavano dal punto di vista delle vendite. A quei tempi potevi fare un minimo di calcolo, adesso non più. Anche se sei Lady Gaga non è sicuro che il disco che proponi vada al primo posto in classifica. Vedi l’album di Beyoncé con il marito… Nel momento in cui non c’è più la ricetta vincente tanto vale fare una cosa che quando la risenti non ti lascia dubbi o rimpianti».

Il disco è stato scritto tra Milano, Londra e Parigi e poi prodotto a Berlino. Perché questa scelta internazionale?

«La prima volta che ho lavorato con i produttori del Jazzanova Studio di Berlino li avevo contattati per fare un disco che loro erano perfetti per realizzare. Non è stata una scelta del tipo “andiamo a Berlino tanto per dire di aver lavorato a Berlino”. Poi ci siamo trovati bene e “squadra che vince non si cambia”. In generale, adoro l’idea di essere cittadina di un mondo molto grande ma anche molto vicino. È stata anche un’esigenza pratica: lavoro molto meglio quando mi trovo fuori dal mio quotidiano, quando non devo tornare la sera a casa con le incombenze della milanesità. Il caso ha voluto che i miei coautori abitassero in città diverse. Quindi ne ho approfittato per fare delle gite. Pacifico abita a Parigi ma se abitasse a Catania sarei andata a Catania. Che tra l’altro mi piace molto».

Sono trascorsi dieci anni dal tuo primo disco: la cifra tonda impone un bilancio…

«Non sono una da grandi celebrazioni, penso che il successo sia un participio passato e non uno status di cui vantarsi. Sono successe tante cose in questi anni, con alti e bassi, e il modo in cui vivo questo compleanno è quello di chi guarda quello che ha fatto in maniera molto serena. E con questo torniamo al perché questo disco suona ed è fatto così: ad un certo punto dopo cinque album e dieci anni di carriera non hai più l’attenuante di essere una giovane emergente. L’identità di quello che proponi è molto più importante, paradossalmente, di tanti risultati più pratici, come i biglietti venduti, etc. O meglio, i risultati sono conseguenti. Ad un certo punto si vive solo di autenticità. Dopo dieci anni la gente ti conosce e un’idea di te se l’è fatta, quindi meglio essere più vicina possibile a quello di cui sei consapevole».

Se penso alla tua musica il primo aggettivo che mi viene in mente è elegante. È qualcosa che ricerchi o un approccio naturale?

«È una questione di gusto. Credo dipenda da quello che uno ascolta o apprezza. Per fortuna faccio pochi calcoli. Anche perché tutto quello che pensi a tavolino prima o poi crolla se non corrisponde a quello che c’è sotto».

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