Cucina siciliana
Nasce la Confraternita dell’Arancinu, la pace possibile fra le due Sicilie gastronomiche
Da un’idea solidale alla celebrazione di un patrimonio siciliano per difenderne storia e identità. Farli a regola d'arte? Non potrebbero costare meno di 6 euro
Un arancino a punta assieme a un’arancina tonda vicini e “uniti” su uno sfondo rosso. È il simbolo della neonata “Confraternita dell’arancinu”, un’idea dello chef catanese Domenico Privitera, che oggi conta una ventina di cuochi "confrati". «Perchè lo dice la stessa parola “frater”, fratello, preceduto da con che vuol dire insieme - osserva Calogero Matina, presidente della Confraternita e docente di enogastronomia nell'Istituto alberghiero Ipssat Rocco Chinnici di Nicolosi e -. Il nostro obiettivo è unire, creare ponti gastronomici, in particolare quello fra Sicilia occidentale e orientale. Insomma essere portatori di una pace possibile fra arancino e arancina».

La lampadina del progetto si accende durante l’Arancino Solidale, iniziativa voluta dallo chef Domenico Privitera, vicepresidente dell'Associazione provinciale Cuochi e pasticceri etnei e realizzata con il Comune di Pedara e l’Istituto Alberghiero “Casella”. Un evento in cui il cibo diventa strumento concreto di bene comune: i proventi vengono destinati alla costruzione di un ospedale in Sud Africa. Un gesto semplice, ma potente. Ed è proprio lì che nasce la consapevolezza: l’arancino non è solo uno dei simboli più amati della cucina siciliana, è un atto culturale, identitario e sociale.
Calogero Matina e Domenico Privitera
La Confraternita dell’Arancinu fa parte della rete delle confraternite gastronomiche italiane, un mondo che conta circa 150 realtà diffuse in tutta Italia, alcune delle quali antichissime e celebri per la tutela dei prodotti tipici (fra le più conosciute quella del Bacalà alla Vicentina, oppure quella del Prosecco, dei Tortellini, del Chinotto, del Pesto e così via confraternizzando). Non ci saranno divise particolari, stendardi e "gran maestri", tonache cappelli e investiture, come nelle più blasonate confraternite, basta solo il simbolo dei due arancin* accomunati nello stesso stemma.
«I fondatori sono tutti cuochi - precisa lo chef Domenico Privitera -. A loro, distribuiti in tutte le province siciliane abbiamo chiesto quale possibilità ci fosse di creare un vero arancinu con prodotti interamente siciliani, riso compreso, di sicuro un riso italiano. Ci siamo confrontati e alla fine abbiamo deciso di unirci creando uno statuto e delle regole. Prossimamente pensiamo di scrivere un disciplinare condiviso di questo arancinu siciliano doc al 100%».

La risaia di Lentini
Nessuna ricetta imposta, nessun dogma. Solo una mediazione consapevole: qualità delle materie prime, prodotti siciliani , tecniche corrette e attenzione etica. L’idea è chiara: un arancino d’eccellenza è un prodotto per cui si può scegliere di spendere anche 6 euro, se racconta una storia vera. I ristoratori che scelgono di aderire devono sapere che non sono ammesse scorciatoie: per esempio niente dado industriale, sì a brodi vegetali e ingredienti autentici.
A dare profondità culturale al progetto è anche il lavoro di Calogero Matina, studioso delle produzioni tipiche siciliane. Le sue ricerche, condensate in un libro di prossima pubblicazione, "Il sole che si mangia - Storia, lingua e identità dell'arancinu sicilianu", raccontano una storia affascinante: «Il riso - spiega - in Sicilia arriva con gli Arabi e viene coltivato anche nella piana di Catania, tra il Gornalunga e il Simeto, fino alla fine dell’Ottocento, quando la malaria portò all’abbandono delle risaie. Da lì in poi di riso si parla solo al nord Italia, ma qui in Sicilia si coltiva ancora a Lentini».
L'arancino originario con la ricotta, chiamata "crema di latte"
L’arancino diventa così una prova tangibile di quella produzione. Non un piatto “importato”, ma creato in Sicilia, tanto da comparire nel primo dizionario siciliano di Giuseppe Biundi (1857) sotto il lemma arancinu, maschile e rigorosamente con la “u”. Descritto rotondo, a forma di melarancia, con ripieno di “crema di latte”, ovvero ricotta. Le fonti linguistiche confermano: bisognerà attendere il secondo dopoguerra per trovare l’uso femminile nei testi ufficiali.
Oggi la neonata Confraternita dell'arancinu è pronta ad accogliere chi vorrà sposare la sua filosofia, non per celebrare se stessa, ma per custodire un simbolo della cucina siciliana troppo spesso prigioniero della "querelle" linguistica di genere e non valorizzato come meriterebbe piatto della memoria collettiva.