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Se la specie aliena si batte mangiandola: l'esempio del pesce leone e della Grecia

Le spine sono velenose, la carne è buona: quando cucina e mercato diventano strumenti per proteggere la biodiversità

09 Marzo 2026, 19:53

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Se la specie aliena si batte mangiandola: l'esempio del pesce leone e della Grecia

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A bordo della nave scuola M/Y Klelia I, al largo delle coste greche, lo chef Ilias Kyiazoli maneggia con estrema cautela un pesce dall’aspetto magnifico ma insidioso. Con l’aiuto di una pinza rimuove una a una le spine velenose, prima di passare alla cottura delle carni. Il protagonista del piatto non è un “nobile” abitante del Mare Nostrum, bensì un invasore tanto affascinante quanto dannoso: il pesce leone.

La sua presenza racconta la nuova normalità della biodiversità mediterranea, ma anche una inedita, gustosa strategia di adattamento. Originario dell’Indo-Pacifico, il pesce leone ha raggiunto le nostre acque attraverso il Canale di Suez, insediandosi a Cipro nel 2012 e diffondendosi rapidamente verso l’Egeo e lo Ionio.

Un’espansione tipica delle invasioni biologiche, favorita dai cambiamenti climatici: un Mediterraneo più caldo di circa 1,5 °C negli ultimi decenni ha infatti prolungato sensibilmente la stagione riproduttiva.

I numeri allarmano i biologi marini: una sola femmina matura può rilasciare fino a 2 milioni di uova l’anno, con deposizioni a intervalli di appena 3-4 giorni.

Il successo di questa specie è assicurato da un formidabile arsenale biologico: 18 spine velenose scoraggiano i predatori, mentre le prede locali si rivelano completamente “ingenue” di fronte alle sue tattiche d’agguato. Gli esperti stimano che, in assenza di interventi mirati, il pesce leone potrebbe ridurre fino al 30% alcune popolazioni ittiche nell’arco di soli dieci anni.

A pagarne il prezzo sono soprattutto i pescatori artigianali di Grecia e Cipro, che denunciano reti danneggiate, rischi fisici legati alle punture e perdite economiche tra 600 e 1.345 euro l’anno per imbarcazione.

Eppure, il Mediterraneo prova a trasformare una minaccia ambientale in un’opportunità economica e gastronomica. Campagne come “Pick The Alien” dell’ong greca iSea veicolano un messaggio inequivocabile: “Mangialo per batterlo”. L’obiettivo è normalizzare il consumo delle specie aliene, creando una domanda di mercato che incentivi i pescatori a rimuoverle dai fondali.

A Cipro, dove l’invasione è più avanzata, il prezzo del pesce leone è già competitivo e diverse taverne lo propongono con ottimi riscontri. Molti consumatori restano però diffidenti sulla sicurezza alimentare. È vero che le spine contengono una tossina pericolosa per chi le maneggia — veleno che si inattiva con il calore —, ma le carni, una volta pulite correttamente, sono del tutto sicure.

In cucina, l’invasore si rivela sorprendentemente versatile: la polpa soda e leggermente dolce è eccellente per crudi come ceviche e tiradito, per fritture leggere e per arricchire le tradizionali zuppe di pesce, come la celebre kakavia greca.

Scegliere di consumare specie aliene non è dunque una semplice tendenza gastronomica, ma un autentico atto di gestione attiva della biodiversità. Perché il sistema funzioni servono filiere tracciabili, ristoratori preparati e, soprattutto, consumatori consapevoli. Oggi, per salvaguardare gli ecosistemi del Mediterraneo, la mossa più ecologica a nostra disposizione potrebbe essere impugnare forchetta e coltello.