Food
Crisi economica? Ecco il menu austerity che fa bene anche alla salute
Il manuale di sopravvivenza dei nostri nonni: cereali, legumi e verdure di stagione. Per l'esperto la parola d'ordine è "batch cooking"
Guerre, tensioni geopolitiche e timori di nuovi rincari pesano sul carrello della spesa. In questo contesto, “l’Italia si spacca in due: c’è chi si rifugia nelle calorie vuote del discount e chi riscopre il potere rivoluzionario di un pugno di lenticchie. E, d’altro canto, il ‘menù austerity’, da scelta radical chic di un tempo, è oggi diventato una necessità quotidiana per milioni di italiani. Come sta reagendo il Paese del buon cibo? La risposta è un paradosso gastronomico che vede scontrarsi due filosofie opposte: la scorciatoia del ‘junk food’ e la resilienza della cucina povera. A fare il punto è Mauro Minelli, immunologo e docente di Nutrizione clinica all’Università LUM “Giuseppe Degennaro”.
Per chi fatica a chiudere i conti a fine mese, la seduzione degli alimenti ultraprocessati è forte. “È la ‘comfort zone’ del discount: pizze surgelate a prezzi stracciati, wurstel misteriosi, snack carichi di grassi idrogenati e bibite zuccherate che costano meno dell’acqua minerale”, elenca Minelli. “Il meccanismo è subdolo: questi alimenti sono progettati per essere iper-appetibili. Sale, grassi e zuccheri ingannano il cervello, regalando una gratificazione istantanea che serve a compensare lo stress della crisi. Il vero problema è che si tratta di un risparmio a breve termine”, avverte lo specialista. “Riempire la dispensa di ‘calorie vuote’ significa saziarsi senza nutrirsi, mettendo un’ipoteca sulla salute futura. È il paradosso della povertà moderna: essere sovrappeso, ma malnutriti”.

All’opposto, “c’è una folta schiera di consumatori che sta riscoprendo il manuale di sopravvivenza dei nostri nonni. Non è affatto povertà intellettuale, è intelligenza gastronomica”, precisa Minelli. “La cucina povera italiana – quella dei legumi, del pane raffermo e delle erbe di campo – sta vivendo una seconda giovinezza”. Riapparire in tavola con la pasta e fagioli o la ribollita “non significa solo risparmiare; significa riappropriarsi di una qualità nutrizionale che il cibo industriale ha cancellato. I legumi sono la vera risorsa del nuovo millennio: costano pochissimo, si conservano per mesi e, se abbinati a un cereale, offrono proteine nobili senza il rincaro della carne. È un’economia circolare ante litteram: qui non si butta nulla, la crosta del parmigiano finisce nel minestrone e l’acqua di cottura diventa la base per una zuppa saporita”.
La guida per un’austerity intelligente. Per Minelli “la parola d’ordine è ‘batch cooking’, ovvero ‘cucinare in serie’. Dedicare un paio d’ore nel weekend a cuocere cereali, legumi e verdure di stagione permette di evitare l’acquisto compulsivo di piatti pronti durante la settimana. Ci sono tre pilastri per il nuovo menù - suggerisce il medico nutrizionista - La stagionalità come criterio guida: comprare i pomodori a gennaio è un errore grave sul piano sia economico che salutistico. La verdura di stagione costa meno perché non deve viaggiare su un tir per metà continente. Uova, una grande risorsa: sono la fonte proteica più economica del mercato. Versatili, veloci e incredibilmente nutrienti. Il ritorno dello sfuso: comprare sacchi di riso o farina invece delle monoporzioni riduce il prezzo al chilo in modo drastico. Una scelta politica nel piatto.

“Il menù austerity ci sta insegnando una lezione preziosa: mangiare bene non è necessariamente una questione di privilegi, ma di tempo e consapevolezza. La vera sfida non è solo arrivare alla fine del mese, ma arrivarci in salute. Tra un hamburger gommoso da 1 euro e una zuppa di lenticchie fatta in casa, la vera rivoluzione pop inizia dalla forchetta. Perché, in fondo, l’economia può anche crollare, ma il piacere di una fetta di pane e olio non andrà mai in default”, conclude Minelli.