FOOD
Pizza sempre più cara, Palermo è la seconda città più costosa d'Italia: media oltre 14,50 euro
I dati Altroconsumo sfatano il mito del Sud economico: dal 2021 i prezzi nel capoluogo sono saliti del 60%, record nazionale
C'è un numero che racconta molto sulla Sicilia di oggi: 28 euro. È il massimo che si può arrivare a spendere per una pizza con bibita a Palermo, secondo l'ultima indagine di Altroconsumo sui prezzi della ristorazione in trenta città italiane. Il minimo, nella stessa città, è 9 euro. Una forbice di quasi il triplo, la più ampia registrata nell'intero campione nazionale, che dice qualcosa di preciso su come sta cambiando il fuori casa nell'isola — e su quanto sia ormai inadeguato il luogo comune del Mezzogiorno automaticamente economico.
La media palermitana si attesta oltre 14,50 euro per pizza e bibita, seconda in Italia solo a Bolzano (15 euro) e alla pari con Sassari. Roma, per confronto, si ferma a 11,45 euro. Il dato non è un'anomalia congiunturale: è il risultato di una corsa ai prezzi che dura da anni. Dal 2021 a oggi, Palermo registra un rincaro del 60% — il record assoluto tra tutte le città monitorate. Nell'ultimo anno l'aumento si è attestato intorno al 7-8%, in linea con Napoli (+7,8%) e ben al di sopra della media nazionale.
Un mercato spaccato in due
La variabilità estrema dei prezzi palermitani non è solo una curiosità statistica. Riflette una trasformazione strutturale dell'offerta: da un lato la pizzeria di quartiere, ancora ancorata a prezzi popolari; dall'altro i locali del centro storico, delle zone turistiche o del mercato "esperienziale", dove il conto incorpora ambientazione, ingredienti premium, servizio e branding. La stessa parola — pizza — descrive ormai prodotti e contesti radicalmente diversi.
Questo sdoppiamento pesa in modo particolare in una città come Palermo, dove la pizza ha sempre svolto una funzione sociale precisa: il pasto fuori casa accessibile, informale, adatto a tutte le tasche. Quando quella funzione si erode — o si concentra solo in una fascia di mercato sempre più residuale — cambia qualcosa nel modo in cui le famiglie percepiscono il proprio spazio di consumo quotidiano.
Le cause: non solo ingredienti
Dietro i rincari non c'è un'unica spiegazione. A livello nazionale, l'ISTAT registra a marzo 2026 un'inflazione all'1,7% su base annua, con il cosiddetto "carrello della spesa" cresciuto del 2,2%. Ma per la ristorazione la pressione è più articolata: energia, costo del lavoro, affitti commerciali, logistica e investimenti digitali comprimono i margini e si scaricano inevitabilmente sui listini. Il Rapporto Ristorazione 2026 di FIPE-Confcommercio stima che nel 2025 i prezzi del settore siano cresciuti mediamente del 3,2% a livello nazionale, mentre i consumi alimentari fuori casa hanno raggiunto circa 100 miliardi di euro complessivi.
In Sicilia, secondo lo stesso rapporto, le imprese attive nella ristorazione sono 24.548, in lieve crescita dello 0,4% rispetto all'anno precedente — un segnale di vitalità del settore, ma in un contesto dove la selezione è continua e i margini restano compressi.
Leggere il conto senza farsi sorprendere
In un mercato così frammentato, la consapevolezza del consumatore diventa uno strumento concreto. A Palermo più che altrove, il prezzo della pizza va interpretato prima di sedersi: verificare il menù, distinguere tra proposta standard e gourmet, controllare se coperto e servizio sono inclusi. La differenza, in alcuni casi, non è di qualche centesimo ma di molti euro a persona.
Il quadro complessivo che emerge dall'indagine restituisce una Sicilia in piena trasformazione dei consumi fuori casa: non più territorio di prezzi contenuti per default, ma mercato polarizzato, dove la pizza — il cibo più identitario del Paese — è diventata uno specchio fedele delle tensioni economiche che attraversano l'isola. Inflazione persistente, costi di gestione elevati, famiglie più selettive nelle uscite: il conto in pizzeria non è mai stato, forse, così eloquente.
