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Il personaggio

«Non volevo fare il cuoco»: oggi è il volto cult di “Le ricette del convento”

Don Salvatore, monaco benedettino originario di Belpasso, ha conquistato il pubblico con i suoi piatti. Con don Anselmo e don Riccardo, rappresenta il volto gentile della cucina in Tv

11 Maggio 2026, 07:19

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«Non volevo fare il cuoco»: oggi è il volto cult di “Le ricette del convento”

Don Salvatore Pellegrino, monaco benedettino, il "cuoco" de "Le ricette del convento"

Da piccolo non sognava di stare ai fornelli ma, di fare il vigile del fuoco o l’astronauta, come tutti i bambini. Poi la vita ha portato altrove Salvatore Pellegrino, oggi don Salvatore, monaco benedettino, il “cuoco” de “Le ricette del convento”, il format tv che sta spopolando su Food Network con i tre monaci di San Martino delle Scale (Palermo) diventati dei veri personaggi grazie alle ricette della tradizione siciliana.

Don Salvatore, 39 anni, è di Belpasso, si è formato spiritualmente nel monastero benedettino di Nicolosi e lì ha frequentato l’istituto alberghiero.

Papà fabbro, mamma parrucchiera, un fratello più grande, lo intercettiamo sull’autobus, in viaggio da Catania a Palermo.

Allora tutto è partito dall’Istituto alberghiero?
«In realtà no. Io di sicuro non volevo lavorare in cucina. Il mio sogno era andare fuori, viaggiare, lavorare alla Nasa..., cose così. Poi quando s’è trattato di dover scegliere dopo la scuola media, visto che non ero una cima negli studi, la cosa più semplice è stata quella di iscrivermi in una scuola professionale e ho scelto l’alberghiero, ero solo sicuro di voler fare un lavoro manuale».

Quindi la folgorazione per la cucina l’ha avuta lì?
«Non ce l’ho mai avuta, mi serviva il diploma e ho frequentato quella scuola anche se dopo la maturità ho iniziato a lavorare, in pizzeria, in qualche ristorante... Ho fatto una stagione estiva in Sardegna e con i soldini guadagnati sono partito per Dublino a cercare lavoro. Ci sono rimasto due anni, poi, per problemi di salute, sono tornato in Italia».

La vocazione quand’è arrivata?
«Una volta rientrato mi sono riavvicinato alla chiesa madre di Belpasso e lì i miei amici mi hanno coinvolto in una serie di attività. Poi un giorno ho accompagnato un mio amico al monastero benedettino di Nicolosi, non sapevo neanche dell’esistenza di quel posto, ma ho iniziato a frequentarlo. Mi capitava di andare a messa lì, dai monaci, c’era qualcosa che mi affascinava ma ancora oggi non so descrivere cosa fosse, è qualcosa che senti. Fin quando un giorno ho deciso di intraprendere un’esperienza lì in monastero guidato da un padre spirituale, erano gli anni 2015-2016».

Lei che monaco è? Cioè fra i benedettini la gerarchia come funziona?
«Sono un monaco semplice, un monaco benedettino che ha preso i voti perpetui».

Nel monastero di Nicolosi oggi quanti monaci ci sono?
«Allora, lì siamo in... due, tre, quattro, cinque!».

Lei dice “siamo” perché la sua sede è Nicolosi ma adesso è “distaccato” a San Martino?
«Sì, hanno voluto che io iniziassi gli studi di Teologia a Palermo e dal 2018 sono qui. Teoricamente, dovrei rientrare a Nicolosi perché il monaco dovrebbe fare professione nel monastero dov’è entrato, però la cosa più importante per noi è l’obbedienza che dobbiamo sempre ai superiori, sono loro a decidere dove andiamo».

La sua famiglia come ha reagito alla sua scelta di vita?
«All’inizio sicuramente non bene, però poi hanno visto che ero sereno e allora hanno accettato l’idea».

La cucina però l’è rimasta addosso anche se lei non l’ha mai cercata...
«Le vie del Signore sono infinite, anche quello che ti sembra non abbia significato in realtà è tornato utile. Non a caso quando sono entrato in monastero a Nicolosi davo sempre una mano in cucina a don Giovanni e quindi, alla fine...».

ll programma tv com’è nato?
«Quelli di Food Network avevano il format da realizzare e sono venuti giù in Sicilia per sondare il terreno. Cercavano chi facesse delle ricette tradizionali nei conventi e qualcuno li ha indirizzati da noi. Cercavano una persona che sapesse cucinare, una più grande per raccontare la storia dei piatti e una terza che potesse “giudicare”. Il tutto con un tono allegro, semplice, divertente...».

In pratica lei, don Anselmo e don Riccardo...
«Ovviamente non abbiamo risposto subito, prima abbiamo discusso a lungo per decidere se potesse essere una cosa fattibile, sa com’è... Alla fine abbiamo pensato che indipendentemente dal cibo poteva essere uno strumento per far conoscere il monastero, la vita monastica, i monaci... Molte persone non ne sanno niente».

                                                       Don Salvatore, don Anselmo e don Riccardo, i protagonisti del programma tv

E così lei s’è dovuto mettere a studiare...
«Sì perché le ricette che abbiamo sono molto antiche del 1600-1700. Abbiamo un librettino di ricette che viene dal monastero dei benedettini di San Nicolò l’Arena a Catania, c'è la ricetta del gelo di cannella del gelo al cioccolato e delle olivette di Sant’Agata, tutte ricette del 1700...».

Per quante persone cucina ogni giorno?
«Qui a San Martino ci sono 12-13 monaci e poi gli ospiti a tavola non mancano mai».

La cucina dei Benedettini, soprattutto a Catania, è storicamente una cucina opulenta. Si diceva che i monaci praticassero l’arte di Michelasso “Mangiare, bere e andare a spasso”... È ancora così?
«Stiamo parlando di epoche diverse in cui il modo di intendere il cibo era un’altra cosa. Adesso credo che in generale ci sia il bisogno di ritornare all’essenziale, con i piedi per terra».

Secondo lei la cucina può avvicinare a Dio?
«È uno strumento, almeno è quello che abbiamo cercato di usare noi per attrarre le persone. È un primo step, magari si incuriosiscono, vengono a visitare il convento, conoscono la nostra vita, possono anche sedersi a tavola con noi...».

La popolarità vi pesa o vi fa piacere?
«Questa è una bella domanda... Sicuramente ti fa piacere, però è anche una bella responsabilità perché le persone ti riconoscono per strada anche quando sei in borghese, mi fermano per un selfie oppure quando vengono in bottega chiedono la dedica sui nostri libri di ricette. Ti rendi conto che sicuramente abbiamo costruito qualcosa di buono ma allo stesso tempo bisogna sempre stare attenti al messaggio che si dà».

Come le sceglie le ricette?
«Dal libretto del monastero di Catania e da un’altra raccolta di ricette monastiche non solo benedettine ma anche agostiniane, francescane... Io le chiamo “ricette madri”».

E poi le adatta ai tempi nostri?
«In realtà no, cerco di lasciarle originali iI più possibile, magari se devo “sfumare” uso la birra che produciamo noi a San Martino».

Un episodio divertente sul set?
«Quando ho fatto la ricetta del falsomagro, sarà stata l’emozione o non so che cosa, fatto sta che ppì chiurillo è stata una battaglia... Io e don Anselmo da un lato lo chiudevamo e dall’altro venivano fuori il formaggio, le uova, tutta la farcitura che c’era dentro (ride ndr). Per fortuna non l’hanno mandato in onda».

Lo sa che la sua voce tranquilla mentre spiega le ricette è uno dei motivi del successo del programma?
«Veramente? Non me l’avevano mai detto. Mi fa piacere, vuol dire che veramente dobbiamo ringraziare il Signore, non è opera nostra o solo nostra. Io credo che il Signore ci sia vicino, ci è vicino veramente. Poi in realtà non è che noi siamo sempre così tranquilli e pacifici, ovviamente anche noi viviamo tutto quello che ci circonda».

Il cibo è alla base di tante religioni in primis quella cattolica basti pensare al pane e al vino. C'è un cuoco stellato che si chiama Pietro Leeman che ha fatto il percorso inverso, era uno chef stellato e adesso è un monaco krishnaita...
«Davvero? Non lo conosco... Mi informerò su di lui. Che dire? È nella tavola, nel cibo, che si crea la comunione, la convivialità, quindi il cibo è sicuramente un mezzo, il mezzo per eccellenza».

Il piatto che la fa tornare a casa?
«Il ragù che faceva mia mamma, che poi era quello che faceva mia nonna. Mi creda ogni volta che cerco di fare quel ragù benché ripeta esattamente la ricetta, a me non viene mai come quello suo. Amo anche pasta e fagioli, don Giovanni spesso me la fa trovare quando vado a Nicolosi».

La cucina per lei cos'è?
«Può essere anche un passatempo, uno strumento, perché spesso in cucina ci vado anche per rilassarmi. E se qualche volta è pesante, sapere che lo fai per la comunità ti fa piacere, e la fai veramente con tanta passione».

C'è un ingrediente che non manca mai nella sua dispensa?
«Mah, sono tanti perché la nostra cucina è varia, però mi rendo conto, che la base di ogni cosa è quasi sempre una cipolla, l’olio, il soffritto... Amo molto anche le melanzane e i funghi, mi piacciono tantissimo».

Un programma parallelo è quello delle vostre “colleghe” monache di Bastia Umbra, secondo lei a cosa è dovuto questo successo?
«Non saprei, credo che le persone abbiano bisogno di una cucina un po’ più semplice raccontata da persone un po’ più pacate in questo mondo così frenetico di gente che non sa mangiare. Ci sono troppi fast food, oggi si parla di food porn, di junk food... Il cibo è stato svalorizzato completamente e anche il modo di mangiare».

Dove si vede da qui a dieci anni?
«Ah non lo so. In cammino, credo. Sempre in cammino».