il caso
Addio alla carne di cavallo? La rivoluzione etica che spacca l'Italia
Alla Camera la legge per rendere gli equini "animali d'affezione". Le associazioni esultano, ma macellai e allevatori lanciano l'allarme: "A rischio economia e tradizioni"
Alla Camera dei Deputati è in corso un confronto destinato a ridisegnare il rapporto tra gli italiani e gli equidi. Sul tavolo dell’Aula ci sono tre proposte di legge, a prima firma delle onorevoli Brambilla, Zanella e Cherchi, che puntano a riconoscere cavalli, asini, muli e bardotti come “animali d’affezione”, equiparandoli per legge a cani e gatti.
Il cambio di status comporterebbe il divieto assoluto di macellazione, nonché di importazione ed esportazione a fini alimentari, segnando la conclusione di una filiera secolare.
Il pacchetto normativo prevede sanzioni severe per chi trasgredisce: reclusione da dieci mesi a sei anni e multe fino a 100.000 euro.
Per attenuare l’impatto economico sul comparto, si ipotizza l’istituzione di un “Fondo per la riconversione degli allevamenti”, con una dotazione di 6 milioni di euro l’anno per il triennio 2025-2027, destinato a sostenere percorsi alternativi come i centri di recupero e la pet therapy.
A spingere verso la riforma è un mutamento profondo della sensibilità collettiva. Un sondaggio Ipsos del 2025, commissionato da Animal Equality, rileva che soltanto il 17% dei consumatori di carne include anche quella equina nella propria dieta; il 83% la evita e, nel 73% dei casi, lo fa per empatia verso l’animale.
Nel frattempo, le inchieste sotto copertura delle associazioni animaliste hanno illuminato le criticità del settore. Pur a fronte di un calo delle macellazioni in Italia (dai 28.181 capi del 2017 a poco più di 22.800 nel 2025), il Paese resta tra i maggiori importatori mondiali.
Molti animali, soprattutto da Polonia e Francia, affrontano trasferimenti estenuanti verso i macelli italiani, concentrati in Puglia, Emilia-Romagna e Veneto, con rischi documentati dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) in termini di disidratazione, traumi e stress.
Le indagini di Animal Equality hanno inoltre evidenziato stordimenti spesso inefficaci, con conseguenti morti dolorose.
Di segno opposto la reazione del mondo produttivo e rurale, che ha eretto una netta barriera. Maurizio Arosio, presidente di Federcarni-Confcommercio, ha bollato le proposte come un “colpo a tradizione e imprese”.
Secondo l’associazione, l’attribuzione per legge dello status di animale d’affezione creerebbe un disallineamento con il quadro europeo, dove gli equidi sono considerati animali da reddito, generando squilibri competitivi e distorsioni di mercato.
Federcarni difende l’attuale sistema di tracciabilità volontaria — che già consente al proprietario di registrare il cavallo come “Non DPA”, escludendolo dalla macellazione — e avverte che un divieto generalizzato rischierebbe di alimentare frodi, illegalità e abbattimenti clandestini.
Sulla stessa linea si colloca Federcaccia, che esorta a non ridurre il confronto alla sola emotività. Marco Ciarafoni sottolinea come l’allevamento equino estensivo rappresenti un presidio fondamentale contro lo spopolamento e il dissesto idrogeologico nelle aree montane e interne.
Vietare l’uso alimentare, avverte, azzererebbe la sostenibilità economica degli allevamenti e metterebbe in pericolo la sopravvivenza genetica di storiche razze italiane, tra cui Bardigiano, Murgese e Cavallo del Catria.
C’è infine la dimensione culturale: la carne di cavallo, ricordano i sostenitori del comparto, è parte integrante del patrimonio gastronomico in diverse regioni, dai grandi stufati lombardi ai cibi di strada di Sicilia e Puglia.
La politica è dunque davanti a un bivio: dare veste giuridica alla crescente sensibilità etica degli italiani verso i cavalli, oppure salvaguardare un settore radicato, la libertà di scelta del consumatore e il ruolo di custodia del territorio rurale e delle tradizioni. L’esito del confronto in Aula potrebbe imprimere una svolta duratura al rapporto del Paese con gli equini.