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La novità

«Coltivare caffè in Sicilia? Impossibile”. Lui non ha ascoltato nessuno e ora lo vende a più di 500 euro al chilo»

Rosolino Palazzolo, agricoltore visionario, ha sfidato il clima, gli scettici e il mercato per produrre a Terrasini il primo rarissimo caffè biologico siciliano al 100%. «Mi davano tutti del pazzo»

23 Maggio 2026, 08:52

09:00

Tutti mi dicevano che ero pazzo a piantare il caffè in Sicilia; oggi è una realrtà

Rosolino Palazzolo con una delle sue piante di caffè

È iniziato tutto piantando alberi di frutta esotica: papaya, banano, mango, avocado. Il caffè è arrivato di conseguenza, quasi come una sfida. «Tutti mi dicevano che ero pazzo, che la Sicilia non era terra per coltivare caffè, ma io ho tirato dritto e intanto continuavo a studiare la pianta e a fare prove». Rosolino Palazzolo, 47 anni, originario di Cinisi, è un uomo visionario e, infatti, è l’unico produttore di caffè biologico in Sicilia che segue tutta la filiera, dalla pianta ai chicchi verdi. La sua azienda agricola si trova a Terrasini e lì lavora assieme alla moglie Floriana e a sei collaboratori. Oggi produce ortaggi, agrumi e frutti tropicali, ma tutto è iniziato molto prima.

«Mio padre è stato allevatore e poi agricoltore» - racconta -. «La domenica mi diceva “Non mi interessa a che ora torni il sabato sera, la domenica vieni con me in campagna”».

La fioritura della pianta del caffè coltivato a Terrasini

Un mestiere che non ha scelto...
«Scelto non proprio. Mi sono diplomato geometra, e dopo il militare mio padre mi disse: “Ti posso dare un pezzettino di terreno, ci puoi fare quello che vuoi. Così nel 2000 ho iniziato a produrre ortaggi e agrumi».

Per rifornire i grossisti?
«All’inizio sì, poi mi sono dedicato ai privati e lì ho iniziato a sperimentare. Oggi per il 95% forniamo direttamente le famiglie. Io porto loro la spesa a casa da quasi quindici anni, con consegne nei giorni prestabiliti zona per zona tra Palermo e provincia. Facciamo anche spedizioni in tutta Italia».

Una specie di frutta e verdura delivery...
«Sì. Se io vendessi al rivenditore a un euro, il consumatore poi lo comprerebbe a un euro e ottanta. Io lo passo al consumatore a un euro e cinquanta... Conviene a me e conviene a lui».

L’idea del caffè com’è arrivata?
«Quando mi sono messo a coltivare frutta esotica mango, avocado, banani e papaya. La pianta del caffè l’ho presa quasi per curiosità. Era del genere “Caturra”, una sottovarietà dell’Arabica originaria della Costa Rica. All’inizio non sapevo nemmeno come trattarla, la coltivavo come le altre piante fra lo scetticismo generale. Chi la vedeva mi diceva: ma veramente pensi di fare caffè qua? La parte più difficile è stata proprio convincere gli altri che non era una follia. Perché vai a fare un investimento in cui ci vogliono tre anni prima di raccogliere e altri anni per avere una buona produzione. Senza contare che lo devi vendere a un prezzo particolare».

Lei però non si è fermato...
«Mi sono messo a studiare le esigenze della pianta, le zone dove cresceva, la produzione..., finché un giorno sono andato nella serra e ho trovato tutti i fiori bianchi aperti. L’anno dopo c’erano i frutti».

Quindi il primo raccolto sperimentale a quando risale?
«A circa dodici anni fa. Avevo i frutti ma non sapevo come lavorarli, così chiamai un amico di Alcamo che da generazioni si occupa di torrefazione. Abbiamo raccolto le “ciliegie”, lui le ha lavorate e abbiamo assaggiato il primo caffè. Era buonissimo. In quel momento emozionante ho capito che tutto quello che avevo bevuto prima non era caffè».

Da lì è iniziata la vera produzione?
«Oggi nella serra ci sono circa 800 piante produttive. L’anno scorso ci hanno regalato circa 25 chili di caffè verde. Quest’anno penso di superare i 30-35 chili».

Numeri piccoli, ma sono sufficienti per attirare l’attenzione degli specialisti?
«Il mio caffè è stato valutato 85 su 100».

Vale a dire?
«Già da 87 iniziano i campionati mondiali del caffè».

E quanto costa?
«Gli ultimi tre chili e mezzo della produzione 2025 sono stati messi all’asta. Base d’asta 500 euro al chilo».

Una sciccheria...
«Nel globo terrestre un caffè certificato biologico coltivato in Sicilia non ce l’ha nessuno».

La coltivazione avviene esclusivamente in serra?
«Sì, in un ambiente controllato dove temperatura e umidità restano costanti. Le piante crescono accanto a banani e papaye. Vivono in simbiosi con loro e anche questo influisce sul sapore. Oggi abbiamo piante di sesta generazione sto cercando di abituarle al nostro clima per provare a passare dalla serra al campo aperto, ma non è ancora il momento anche se il nostro caffè per via degli sbalzi termici è considerato “di altura” nonostante i terreni siano a soli 80 metri sul livello del mare. È un po’ come con le arance rosse: senza escursione termica non diventano rosse».

Mi racconta la difficoltà di coltivare caffè?
«La fase più delicata è dopo la raccolta, perché è lì che arrivano profumi e caratteristiche aromatiche. È una cosa un po’ tecnica. Le posso dire che ci sono tre tipi principali: lavato, honey e natural. Poi c’è la fermentazione che cambia tutto. I sentori di cacao, agrumi, nocciola, dipendono pure da queste lavorazioni».

Immagino che sia andato a visitare le piantagioni di caffè nei paesi d’origine...
«Sono stato in Costa Rica e nella Repubblica Dominicana apposta per vedere come lavoravano. Ti fai amici in giro per il mondo, chiedi consigli, guardi tecniche, fai prove».

Perché l’ha chiamato caffè del Duca?
«Perché mi sento un po’ come lui, il duca d’Aumale (Enrico d'Orléans figlio di Luigi Filippo d’Orléans, il primo re “borghese” dei francesi che esiliato dalla Francia si rifugiò in Sicilia a fare l’agricoltore nel feudo dello Zucco, a Terrasini ndr) che nell’Ottocento si mise a coltivare vigne contro il parere di tutti, eppure lui fece il Moscato dello Zucco, un vino pazzesco. Io ho fatto la stessa cosa e visto che il mio terreno ricade proprio nella tenuta dello Zucco mi sembrava il minimo chiamare il nostro caffè “Del Duca”.