Distillati siciliani
Gin made in Sicily, l'Isola scopre la sua vena artigianale
Da Salina a Pachino, passando per l'Etna: la nuova generazione di gin punta su botaniche locali e identità di territorio
Dalle Eolie al sud-est dell'isola, il gin siciliano vive una stagione di crescita sostenuta. L'ultimo arrivato, Gin Salina, nato nel cuore dell'arcipelago eoliano, si inserisce in una tendenza che da qualche anno sta trasformando botaniche, paesaggi e tradizioni locali in distillati dal profilo riconoscibile, capaci di raccontare un territorio bottiglia dopo bottiglia.
Il progetto firmato da Jonathan Rando punta sulle foglie di cappero come ingrediente identitario, affiancate da note agrumate e mediterranee, per restituire l'anima dell'isola in un London Dry essenziale. Non è un caso isolato: in Sicilia il gin ha smesso da tempo di essere un semplice distillato per diventare un modo di mettere in bottiglia un luogo preciso.
Tra le etichette più affermate c'è CilieGin, prodotto a Portopalo di Capo Passero e legato al pomodoro ciliegino IGP di Pachino. Il riferimento al territorio qui è diretto: il distillato nasce per valorizzare uno dei simboli dell'agricoltura del sud-est siciliano, trasformandolo in una base aromatica originale che richiama da vicino la cucina e il paesaggio agricolo della zona.
Botaniche locali, identità precise
Il filo conduttore di questi progetti è la ricerca di una firma sicula netta. C'è chi lavora sui capperi, come Salina e altre etichette dell'arcipelago eoliano, chi sugli agrumi, chi su erbe spontanee e coltivazioni locali. Il gin si fa così strumento narrativo oltre che produttivo: ogni etichetta prova a tradurre in aroma una stagione, un paesaggio, una comunità.
Apenera, ad esempio, costruisce il proprio profilo con botaniche raccolte in diverse zone dell'isola, dal ginepro dell'Etna all'arancia di Ribera fino agli agrumi di Siracusa. Il progetto ha raccolto riconoscimenti anche fuori dai confini regionali, a conferma che il "made in Sicily" negli spirits ha ormai una credibilità propria, non più legata solo all'effetto novità.
Accanto ad Apenera si muovono altre realtà: Sicula Gin, che punta su un profilo mediterraneo costruito con ginepro, coriandolo, angelica, arancia rossa, limone, timo e pepe rosa, e CiauruGin, nato nella fascia tirrenica messinese e caratterizzato da agrumi e botaniche coltivate in un'area particolarmente vocata. Etichette diverse per stile e provenienza, ma accomunate da una stessa idea di fondo: la Sicilia come fonte di gusto, non solo come richiamo d'immagine in etichetta.
Un mercato che premia la tracciabilità
La crescita di questi gin racconta anche un cambiamento nei consumi: chi acquista cerca sempre più un prodotto con una storia dietro, un'origine verificabile, una lavorazione artigianale riconoscibile. Tirature limitate e distillazioni curate rendono questi distillati appetibili tanto per la ristorazione di qualità quanto per il pubblico di appassionati, un segmento in espansione anche in Italia.
Nel caso di Gin Salina il debutto è stato volutamente selettivo, con una distribuzione concentrata inizialmente sulla ristorazione di nicchia e su un locale-test a Rinella, prima di un possibile allargamento al mercato regionale e oltre. Una strategia che riflette bene la logica del comparto: prima si costruisce l'identità, poi si scala.
Il risultato, messo insieme, è una sorta di mappa liquida dell'isola: Salina racconta capperi e vento salmastro, Pachino pomodoro e campagna, l'Etna ginepro e agrumi. Tasselli diversi di un racconto più ampio, quello di una Sicilia che entra nel mondo dei craft spirits senza perdere il proprio accento.