La storia
Le aziende agricole nella Valle dei Templi cambiano l'identikit dei turisti: ora cercano anche i food-tour
Una vallata storicamente ricca di ulivi e mandorli, dove adesso si coltivano anche il pistacchio, l'uva del Nerello (Mascalese e Cappuccio), e si allevano le capre girgentane
di Alessandra Moneti
Una dozzina di aziende agricole, alcune con servizi di ristorazione nell’ambito del progetto Diodoros, stanno cambiando l’identikit dei visitatori del Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi ad Agrigento. Se d’estate l’orario di massimo afflusso turistico a questa area di oltre 1400 ettari è quello del tramonto, ora sono sempre più coloro che sfidano le alte temperature del lunch time per abbinare la visita ai monumenti del sito Unesco a una sosta nel paesaggio rurale definito da Pirandello il «bosco di mandorli e di ulivi».
Peraltro una porzione di quest’area, di oltre 300 ettari, nell’ultimo anno ha ottenuto parere favorevole dell’apposita commissione del ministero dell’Agricoltura, per l'iscrizione nel «Registro nazionale dei paesaggi rurali di interesse storico, delle pratiche agricole e delle conoscenze tradizionali», grazie a una candidatura frutto di una collaborazione virtuosa tra pubblico, privato e realtà del terzo settore, attraverso un’associazione temporanea di scopo (Ats) costituita dal Parco archeologico, dalla società Terra del Barone e dal Fai - Fondo ambiente italiano.
Il progetto Diodoros, spiega uno dei promotori del punto di ristoro Casa Diodoros Fabio Gullotta in occasione della tappa di "Sulle orme di Procopio" all’interno della Valle dei Templi promossa dal festival del gelato artigianale Sherbeth, «nasce nel 2005 come chiave di volta per salvare il paesaggio ed è dedicato allo storico greco-siculo del terzo secolo A.C. che raccontò del paesaggio di questa vallata, sottolineando che già all’epoca era ricca di ulivi e mandorle che servivano col commercio con la dirimpettaia Cartagine. Oggi questo scrigno di biodiversità annovera anche i pistacchieti per la produzione del Pistacchio Dop di Raffadali, un allevamento di capre girgentane dalle caratteristiche corna attorcigliate, un impianto storico di uve Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio a piede franco, la cui vinificazione è portata avanti da una cooperativa. Inoltre c'è un impianto storico con 28 varietà di agrumi diversi di arance diverse, e uno di questi grumeti è gestito dal file dal Fondo Ambiente italiano».
«Oggi - tira le somme il portavoce del progetto Diodoros - possiamo dire di aver salvato gli alberi in oltre 450 ettari di terreno, e per la tutela degli esemplari monumentali abbiamo coinvolto l’università di Palermo. La facoltà di Agraria ha qui censito oltre 400 cultivar diverse di mandorle tipiche, diverse ad esempio anche da quelle del siracusano dove hanno solo tre varietà. Qui sono in degustazione ma sono una vera rarità. Purtroppo la mandorla nelle pasticcerie siciliane per il 90 per cento è californiana, se non addirittura una pasta dai semi di scarto dell’industria della frutta aromatizzata alla mandorla che costa 3 euro al chilo contro i 12 euro al chilo della nostra mandorla o i 6 euro al chilo della mandorla californiana».
Le produzioni agricole hanno un unico marchio commerciale di proprietà del Parco. «Dal 2023 - racconta ancora Gullotta - abbiamo visto una virata del progetto mirato all’accoglienza turistica. Oggi questo posto di ristoro lavora con 173 agenzie da tutto il mondo. C'è chi viene per seguire lezioni di pasticceria. Altri li portiamo al vigneto oppure a raccogliere le mandorle. Insomma è diventata una un luogo di esperienza enogastronomica a 360 gradi. Mentre ad ottobre daremo accoglienza, in una sorta di campus universitario, a dieci studenti per volta. Li ospiteremo per la formazione ricordando che abbiamo fatto un’altra opera meritoria: quella di aver reintrodotto i grani antichi, sia duro che tenero, in un progetto con Slow Food. C'è anche una piccola realtà che produce un miele di altissima qualità. Ma l’evento di massimo richiamo è la Festa del Mandorlo in fiore a febbraio».