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Cosa finiva nei piatti dei pompeiani? Uno studio sulle vittime dell’eruzione riscrive la storia

Le tracce chimiche nei resti umani mostrano un'alimentazione sobria basata sull'agricoltura locale e un consumo marginale di pescato

07 Agosto 2026, 18:46

18:50

Cosa finiva nei piatti dei pompeiani? Uno studio sulle vittime dell’eruzione riscrive la storia

La dieta degli antichi abitanti dell’area pompeiana non era incentrata sul pesce, contrariamente a quanto l’immaginario legato alla cucina costiera potrebbe suggerire.

Un nuovo studio multidisciplinare, pubblicato su Journal of Archaeological Science: Reports e frutto della stretta collaborazione tra il Parco Archeologico di Pompei e il DiSTABiF dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, ridisegna in modo radicale il quadro dell’alimentazione romana nel territorio pompeiano alla vigilia dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

Le evidenze provengono dall’analisi diretta dei resti di 54 individui che cercarono rifugio nell’ambiente 10 della Villa B di Oplontis.

Questa struttura a vocazione commerciale, situata a circa 300 metri dalla monumentale Villa A e inserita nel suburbio di Pompei, fungeva da snodo logistico per lo stoccaggio e la lavorazione di prodotti agricoli, in particolare vino e olio.

Le analisi isotopiche condotte sui resti scheletrici hanno consentito di ricostruire con elevata precisione ciò che queste persone consumarono nel corso della loro vita.

Il quadro emerso è quello di un regime alimentare prevalentemente terrestre.

L’ordinario sostentamento ruotava attorno alla produzione agricola locale: grano, orzo e legumi costituivano la base della dieta quotidiana, con un apporto solo moderato di carne e latticini.

Al contrario, i prodotti ittici, pur facilmente accessibili per la vicinanza al mare, ricoprivano un ruolo secondario e non rappresentavano l’asse della nutrizione.

Come ha sottolineato il direttore del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, questa ricerca mette in luce la dimensione materiale del "pane quotidiano", che per la maggior parte della popolazione era una realtà concreta e non una semplice metafora.

I dati allontanano l’archeologia vesuviana dagli stereotipi dei sontuosi banchetti aristocratici, restituendo l’immagine più sobria di una cucina stagionale fondata su una attenta gestione delle risorse.

Inoltre, l’assenza di differenze marcate tra uomini e donne evidenzia una relativa omogeneità sociale, suggerendo abitudini alimentari ampiamente condivise all’interno della comunità.

La scoperta dimostra che la mera prossimità al mare non determinava automaticamente un ampio consumo di pesce: a orientare le scelte alimentari dei pompeiani erano la organizzazione delle filiere agricole interne, i costi di accesso alle risorse e un’economia locale fortemente specializzata nella trasformazione dei prodotti della terra.