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Finisce a Catania l'odissea di 105 migranti

Di Redazione

CATANIA - Una odissea durata giorni quella dei 105 migranti, tra i quali molte donne e bambini, soccorsi su un gommone e trasferiti da una nave a un’altra di Ong, che si concluderà nelle prossime ore con l’approdo nel porto di Catania. Lo sbarco è stato autorizzato dalla Guardia Costiera Italiana d’intesa con il Viminale, al termine di un lungo rimpallo con l’Inghilterra.

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I migranti erano stati soccorsi domenica dal veliero Astral della Ong Proactiva Open Arms, battente bandiera inglese: proprio per questo spettava alla Gran Bretagna indicare il porto dove sbarcarli. Ieri per tutelare la salute e l’incolumità dei migranti la guardia costiera italiana li ha trasbordati su nave Acquarius, più grande e adatta allo scopo ma sempre di bandiera inglese. E’ cominciato così quello che l’Unione Europea, attraverso la portavoce della Commissione Natasha Bertaud, ha definito un «deplorevole» braccio di ferro tra autorità italiane e inglesi. «La priorità è prestare aiuto ai migranti - ha detto la portavoce -. E’ con questo spirito che rivolgiamo un appello, sia alle autorità italiane che alle britanniche, per una soluzione rapida affinché i migranti siano sbarcati in piena sicurezza e al più presto».

La soluzione è arrivata in serata: «Dopo i numerosi solleciti rivolti dalla centrale operativa di Roma alle autorità inglesi, queste - riferiscono le Capitanerie di Porto - hanno risposto rappresentando l’urgenza della situazione a bordo e quindi la Guardia Costiera italiana, di concerto con il ministero degli Interni, ha deciso di indicare un luogo sicuro di sbarco». Catania, appunto.
Sempre dalla portavoce Ue è anche arrivata una difesa nei confronti dell’Italia: «Le navi europee, comprese quelle italiane, agiscono nel pieno rispetto del diritto internazionale e secondo il principio dei non respingimenti: non riportano mai i migranti in Libia o in altri Paesi terzi». A ricondurli indietro sono invece le stesse motovedette libiche: in due giorni ne hanno intercettati quasi 1000 su varie imbarcazioni.

Non la pensano come la Ue, riguardo al rispetto del diritto internazionale, 17 migranti nigeriani sostenuti dal Global Legal Action Network (Glan) che hanno presentato ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) contro l’Italia «per aver coordinato il 6 novembre 2017 la Guardia Costiera Libica nei respingimenti che hanno portato ad abusi e al decesso di migranti». Secondo il ricorso la Guardia Costiera libica ha interferito con le operazioni di salvataggio della nave dell’ong Sea Watch nei confronti di 130 immigrati a bordo di un gommone che stava affondando. Di questi immigrati almeno 20 sono morti in mare, 35 sono stati salvati da Sea Watch e 47 riportati in Libia, dove stati detenuti «in condizioni disumane, subendo percosse, fame ed anche stupri». Due tra i sopravissuti sono stati «venduti» e torturati con elettrochoc. Nel ricorso viene messo «sotto processo» soprattutto l’accordo del febbraio 2017 tra l’Italia e la Libia che determina «in questo caso la responsabilità legale del governo italiano nelle azioni delle navi italiane e libiche».

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