L'indagine Hydra
Rivelazioni su presunti contatti tra mafia e politica. Mulè: «Colate di fango»
Il Fatto riporta i presunti contatti del collaboratore Gioacchino Amico con esponenti politici (nessuno indagato), Mulè smentisce parlando di "registro degli infangati". Solidarietà di Schifani al vice presidente della Camera
«Colate di fango», così interviene il vice presidente della Camera, Giorgio Mulè (Fi), dopo le rivelazioni del Fatto Quotidiano. Tutto parte dal collaboratore di giustizia, Gioacchino Amico, che tra intercettazioni e dichiarazioni agli inquirenti, ha ricostruito i rapporti tra mafia e politica. Dichiarazioni che «sono ritenute credibili dagli inquirenti milanesi», scrive Il Fatto Quotidiano. Nessuno dei nomi fatti da Amico risulta indagato. Tra i presunti contatti inediti del mafioso emergono i nomi dei sottosegretari Nicola Molteni (Lega) e Giorgio Mulè (Fi), e degli ex ministri Renato Brunetta e Angelino Alfano. Questo è quanto risulta dall'indagine Hydra coordinata dalla Procura di Milano, dalla quale emerge anche una serie di incontri romani con le deputate di FdI, Paola Frassinetti e la messinese Ella Bucalo. Secondo il Fatto: «Amico sostiene di aver messo al Viminale Alessandra Gazzellone, avvocato di una sua società, già nelle segreterie politiche di Frassinetti e Bucalo». Ricostruzione adesso contestata da Mulè:
«Stamattina alle 5 ho svegliato il mio avvocato. Sapevo che sarebbe stata pubblicata su un giornale una porcheria, un'altra, che mi riguardava e ho atteso di leggerla. È il destino di chi finisce nel 'registro degli infangati', di coloro che - per carità! - non sono indagati, non sono in alcun modo coinvolti in un'inchiesta ma vengono ugualmente investiti da colate di fango (chiamiamo le cose con il loro nome anche se con un eufemismo) pur non essendo - ribadisco - oggetto di indagini giudiziarie o sfiorati da alcun sospetto. Nel caso della nuova iscrizione nel 'registro degli infangati' c'è, secondo quanto si legge sul Fatto Quotidiano, un'intercettazione risalente al 1 marzo 2021 (cinque anni fa!) in cui un mafioso di nome Gioacchino Amico dopo la mia nomina a sottosegretario alla Difesa nel governo presieduto da Mario Draghi direbbe a un suo interlocutore di conoscermi e di aver 'parlato' con me. Nulla di più, a quanto pare perché ovviamente non ho cognizione degli atti», così spiega in una nota il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, esponente di Forza Italia. «Il mafioso in questione oggi è un collaboratore di giustizia. Il contenuto di questa intercettazione - scrive Mulè - è rimasto per un lustro nei cassetti della Procura di Milano perché evidentemente era irrilevante e non necessitava di alcun approfondimento investigativo: oggi però, cinque anni dopo ripeto, improvvisamente salta fuori. E tanto basta a autorizzare il 'Fatto' a mettere in connessione il mio nome con un'inchiesta su 'mafia e politica', a parlare di me come inserito in una 'rete' di questo boss, di essere addirittura 'amico del mafioso pentito'. Fango allo stato puro, ribadisco. Non sono 'amico' di Amico, ma neppure conoscente: non ho proprio assolutamente memoria di averlo incrociato, di avergli parlato, men che mai di aver avuto alcun tipo di relazione con lui. Zero, il nulla. Prima di vederlo sui giornali in un selfie vergognosamente usato contro Giorgia Meloni ignoravo la sua esistenza».
«Rivolgo a Giorgio Mulè un sincero invito ad andare avanti con determinazione», ha detto il presidente della Regione, Renato Schifani. Che ha continuato: «Sono certo che saprà affrontare anche questa fase con la consueta fermezza e nel rispetto delle istituzioni. Desidero esprimergli, al contempo, la mia piena solidarietà per quanto sta accadendo. Troppo spesso questi attacchi hanno come unico obiettivo quello di “mascariare”, alimentando processi mediatici sommari che poco hanno a che vedere con la ricerca della verità».