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l'intervista

Carlo Verdone: "La mia Sicilia tra ricordi di famiglia e set sull'Etna e a Taormina"

Il regista e attore ad Acireale fino a domenica protagonista di una rassegna a lui dedicata. «Il cinema di oggi? Manca la scrittura»

12 Luglio 2026, 00:31

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Carlo Verdone: "La mia Sicilia tra ricordi di famiglia e set sull'Etna e a Taormina"

All’arrivo in aeroporto a Catania hanno dovuto “strapparlo” all’abbraccio affettuoso dei viaggiatori che lo hanno riconosciuto, «una accoglienza incredibile, molto fisica», racconta lui con un sorriso. E l’abbraccio è continuato ad Acireale, alla Villa Belvedere, dove fino a domenica si festeggia Carlo Verdone con la rassegna che il Comune gli ha dedicato, “Quattro serate con Carlo”, ideata e diretta da Mario Patanè, storico del cinema e amico del regista da più di trent’anni. Il malincomico Verdone ha tracciato una pagina importante del cinema, ha raccontato i cambiamenti della società con la zampata ironica della commedia, ha mostrato tic, desideri, velleità degli italiani, tra risate e amarezza, con una galleria di personaggi in cui goffaggine e senso di inadeguatezza sono stati pian piano sostituiti da nevrosi e manie. E la sua presenza è una festa di pubblico, che lo ha amato fin dall'esordio, e lo accoglie in piedi con lunghi applausi, e di cinema perché con Verdone ogni sera ci saranno attori, critici, sceneggiatori, a raccontare insieme quasi 50 anni di vita di celluloide.

Carlo Verdone ha respirato cinema da sempre, il papà Mario è stato docente di Storia e critica del cinema, direttore del Centro sperimentale di cinematografia, componente della  giuria per l'assegnazione dell'Oscar, ed è stato Sergio Leone a produrre i suoi primi due film.

Nella prima serata, giovedì - aperta con i saluti del sindaco di Acireale Roberto Barbagallo, di Catania Enrico Trantino e del deputato Nicola D’Agostino - sul palco c’erano l’attrice Regina Orioli, protagonista femminile di “Gallo cedrone”, i critici Valerio Caprara e GianLorenzo Franzì, lo sceneggiatore Pasquale Plastino, lo stesso Patanè - che gli regala una pagina di partitura avuta in dono da Ennio Morricone - coordinati da Katia Scapellato, e tra il pubblico il fratello Luca Verdone, regista, e il figlio Paolo, «lo chiamo sul set quando c’è il ruolo di un figlio che deve mandare al diavolo il papà. Gli riesce benissimo», racconta il regista» scatenando risate.

Pantaloni e maglietta blu, in forma, gentile e disponibilissimo a selfie e autografi, Verdone ha riavvolto il filo dei ricordi. E ha conquistato per la sua umanità, la sua cultura che nasce anche dalla curiosità, dall'incontro, la sua enciclopedica passione per il cinema. «La Sicilia mi piace molto, è terra di grandi artisti, pittori, scrittori, registi. Proprio ieri ho salutato l’amico Emilio Isgrò - racconta -  E poi, bisogna dirlo, il più bel film di commedia in bianco e nero è stato girato proprio in Sicilia, “Divorzio all’italiana”, ha una fotografia meravigliosa, pazzesca. Dà l’idea del caldo, dell’aridità, della luce della Sicilia solo con il bianco in nero. Per molti registi, da Scorsese a Bogdanovich, una fotografia insuperabile».


Come e quando è nato il rapporto con l’Isola?

«E’ nato in famiglia, un rapporto ottimo soprattutto per alcune persone che sono state molto amiche dei miei genitori, come i produttori cinematografici palermitani Sansone, a Taormina l’antiquario Panarello e il poeta Giacomo Giardina di Bagheria, amico di mio padre. Tornatore faceva da tramite, portava a Roma le lettere che Giardina scriveva a mio padre e riportava in Sicilia quelle di risposta di mio padre».


In Sicilia ha girato due film, “Gallo cedrone” e un episodio di “Grande grosso e Verdone”, entrambi in programma ad Acireale.

«In “Gallo cedrone”, nel 1998, abbiamo girato sull’Etna, un paesaggio straordinario. Quando tornai, anni dopo, era tutto molto cambiato, sconvolto dalle eruzioni. In “Grande grosso e Verdone” c’è un episodio ambientato a Taormina, io e Claudia Gerini siamo una coppia di cafoni, Moreno ed Enza, in vacanza al San Domenico. Un film a cui tengo molto, recitato bene. Mentre per “Gallo cedrone” ho sempre pensato che fosse fintamente sgangherato nella sceneggiatura, volevo rappresentare la mitomania, la megalomania. Non lo ha capito neanche mio padre, era una pellicola in anticipo sui tempi. Poi è stato rivalutato perché nella politica, nell’imprenditoria, nell’industria sono venuti fuori personaggi che hanno superato di gran lunga Gallo cedrone. Rispecchiava una società che si stava dissolvendo. Nel finale, il protagonista fa un partito e presenta idee assurde, come asfaltare il Tevere, ma nella realtà poi abbiamo avuto in politica personaggi che l’hanno quasi superato».


C’è un luogo della Sicilia in cui  le piacerebbe girare?

«La zona di Siracusa, di Ragusa, mi colpisce molto ma sono convinto che ci sono tanti altri territori bellissimi, che magari non conosco bene. Girare un film dipende dal soggetto, dall’idea che hai. Per fare un film siciliano dovrei prima stare qui due mesi, capire la gente, la mentalità, le persone».

Per la rassegna di Acireale perché ha scelto anche “Io loro e Lara” e “Al lupo al lupo”?

«Quest’ultimo per me è importante perché è anche un po’ autobiografico, ci sono due fratelli e una sorella alla ricerca del padre scomparso. Ed è tutto girato in Toscana, mio papà era di Siena, anche se le dinamiche non sono proprio quelle di noi figli, è un omaggio a mio padre. “Io, loro e Lara”, ancora con protagonisti tre fratelli, l’ho dedicato a lui, è morto durante le riprese».

C’è un suo erede?

«Non lo vedo, e non lo dico per presunzione. Magari arrivasse, sarei il primo a produrlo, sarei felicissimo. Ma non c’è qualcuno che ha fatto il tipo di percorso che ho fatto io, magari nel tempo arriverà».

Come sta oggi il cinema italiano?

«C'è un problema di scrittura, di sceneggiatura, non siamo aiutati nemmeno dalla narrativa. Non ci sono più i grandi degli anni '50- '60 ed anche dei '70 che avevano scrittori che davano molto al cinema».

L’intelligenza artificiale cambierà anche il cinema?

«Arriverà, è ovvio, ma mi auguro che non entri nel soggetto, nelle sceneggiature perché allora non ci sarebbe più l’autore, l’artista con la sua sensibilità, il suo cuore, ma un esecutore, un’intelligenza artificiale che ti spiattella varie opportunità e tu ne scegli una. Quella non è più arte, ma un gioco di prestigio».

Quasi cinquant’anni di carriera, c’è un bilancio?

«Ho cercato di raccontare, nel passare degli anni, il cambiamento della società, dei personaggi, di mostrarne i tic, le nevrosi, le debolezze, le fragilità. Credo di essere stato sempre onesto, partendo da “Un sacco bello”, passando per “Compagni di scuola” fino a “Scuola di seduzione” non ho fatto un film uguale all’altro, ho cercato di cambiare angolazione. Ho sempre cercato di sterzare. Una spettatrice una volta mi ha detto: il suo cinema è un antidepressivo privo di effetti collaterali».