Al Bano: «La Sicilia, Pippo Baudo e la mia vita sul tappeto volante della musica»
Dai ricordi del Regno delle Due Sicilie al commovente tributo all'amico di sempre, il leone di Cellino San Marco si racconta tra storia, affetti e il calore del pubblico siciliano.
Un bagno di folla e un'energia inesauribile: stamattina Al Bano Carrisi, condotto da Ruggero Sardo, è stato protagonista al Centro Commerciale "Le Zagare" per incontrare il suo pubblico, tra firme, foto e aneddoti di una carriera straordinaria. Questa sera il celebre cantautore pugliese sarà invece in concerto ad Aci Sant'Antonio per una tappa attesissima.
Partiamo dal 1968: lei era a Selinunte, prese un carrettino siciliano e lo portò nella sua Cellino San Marco. Ogni volta che la Sicilia chiama, lei risponde presente...
«Sì, è proprio così. Io sono un grande ammiratore del Regno delle Due Sicilie, perché c'era una cultura ben definita e, per certi versi, molto avanzata. Poi sappiamo com'è andata la storia — come ha ben descritto Pino Aprile nel suo meraviglioso libro Terroni. Bisogna arrendersi allo stato delle cose quando la storia cambia intorno a noi, ma non si può e non si deve rovinare il gusto della memoria. Leggendo ho capito chi eravamo e come siamo diventati. Per me la Sicilia equivale alla mia Puglia: c'è una matrice comune che risale a quell'epoca».
A proposito di Sicilia, c'è un filo conduttore forte: nel 1967 lei debuttava a Settevoci guidato da Pippo Baudo. Lo scorso anno è andato a Militello a dargli l'ultimo addio. Che cosa ha rappresentato per lei?
«I genitori ti regalano fratelli e sorelle di sangue, ma la fortuna della vita ti regala altri fratelli: non migliori o peggiori, ma sicuramente diversi. Pippo Baudo per me è stato un fratello, anzi, molto più di un fratello, fin dal primissimo momento. In tutti gli anni a seguire ha sempre confermato questo suo modo di essere, evidenziando quel grande umanesimo tipico del Sud. Quando se n'è andato soffrivo con lui, perché lo conoscevo bene e sapevo quanto gli pesasse la condizione in cui si trovava negli ultimi tempi. Ogni volta che ho avuto la possibilità di condurre uno spettacolo, l'ho sempre voluto al mio fianco, ed era sempre presente con una gioia immensa. Ricordo ancora nel 2013, all'Arena di Verona: lui godeva sul palco perché il mestiere ce l'aveva nel sangue. Non era voglia di apparire, ma di essere, di esistere e di emanare quella professionalità e umanità incredibili che hanno contraddistinto tutta la sua carriera».
Da quegli esordi ha fatto molta strada. Che cos'è la musica per lei dopo tutti questi anni?
«Hai presente le favole con il famoso tappeto volante? Ecco, la musica per me è stata — e continua a essere — il mio personale tappeto volante. Mi permette di prendere aerei, di volare, mi eleva costantemente. Quando canto mi trovo in una dimensione di grazia, pur consapevole di dovere affrontare ogni volta un esame: perché salire sul palco è un esame continuo con il pubblico. Ma è soprattutto la voglia di dare, di esprimere valori e di gridare: "Io esisto, ed esisto in questo modo", grazie all'educazione dei miei genitori e alle scelte che ho fatto».
A proposito di esami: non ci si abitua mai a salire sul palco?
«Guai a te se ti abiti! L'abitudine non deve mai entrare nella vita. La voglia di rinnovare quotidianamente la propria esistenza è un bene, perché noi siamo come un mosaico: finché vivi è sempre incompleto e sta a te aggiungere ogni giorno un tassello».
Con la sua musica ha girato davvero tutto il mondo...
«Ho cantato davvero per chiunque: dai contadini della Bolivia e dell'Ecuador fino ai Papi e ai Capi di Stato, da Putin a El'cin. Questo è il potere del tappeto volante: ti porta dove dice lui, non dove decidi tu. Ci sono appuntamenti con la vita che non nascono da un tuo calcolo, ma dalle cose meravigliose che accadono».
Nel 1973 lei portò a suo padre la prima bottiglia di vino prodotta con il suo nome. Che ricordo ha di quel momento?
«Mio padre era lì, vicino alla piccola catena di montaggio dove stavo scaricando le bottiglie. Ne ha presa una e ha letto l'etichetta. Quando vinsi a Sanremo o quando le cose andavano bene, lui era felice ma mi diceva sempre: "Sì, ma l'hai fatta adesso, e domani che succede?". Mi metteva sempre quel sano dubbio sul futuro. Quando invece ha visto la bottiglia di vino con il suo nome... ecco, quello per lui è stato il suo vero Sanremo».
Stasera la attende il concerto ad Aci Sant'Antonio. Cosa dobbiamo aspettarci sul palco?
«Mica te lo dico prima! Non lo so ancora nemmeno io, ma so per certo che accadranno cose fantastiche sul palco, com'è giusto che sia».
Un'ultima curiosità: all'Arena di Verona, durante i festeggiamenti per i suoi 80 anni, al suo ingresso c'è stato un boato e un applauso incredibile. Che cosa si prova in quei momenti?
«È bellissimo, non ti abitui mai. Senti una vibrazione unica. Sono nell'ambiente da ben 63 anni: se la gente mi dimostra ancora questo affetto, non solo in Italia ma nel mondo, significa che qualcosa di buono l'ho fatto. Ed è tutto merito di questo straordinario tappeto volante».