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Il processo per la scomparsa della Cimò, la difesa del marito: «Contro di lui non ci sono prove»

Di Alfredo Zermo

CATANIA - Al processo che vede imputato Salvatore Di Grazia, accusato di avere ucciso e soppresso il cadavere della moglie Mariella Cimò, 72 anni, scomparsa dalla loro villetta di San Gregorio il 25 agosto 2011, oggi è stato il giorno della difesa. L'avvocato Paola Paladina, uno dei difensori di fiducia dell'imputato, ha chiesto l'assoluzione di Di Grazia insistendo sull'inconsistenza di alcune prove raccolte dall'accusa e parlando anche di un'automobile sospetta che girava nei pressi dell'abitazione della famiglia Di Grazia e che non sarebbe mai stata controllata a dovere dagli investigatori.

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L'arringa difensiva continuerà il 20 gennaio prossimo con l'intervento dell'avvocato Giuseppe Rapisarda, altro difensore di Salvatore Di Grazia che come molti sanno si è sempre proclamato innocente.  

E’ stato un processo lungo, controverso, ricco di accuse e smentite, di indizi e di supposizioni anche ma «di tante menzogne», come sottolineò al termine della requisitoria, Angelo Busacca, oggi sostituto procuratore generale pubblico ministero in questo dibattimento e titolare di quell’indagine, che a conclusione della sua lunga e articolata ricostruzione dei fatti, chiese per Di Grazia la condanna all’ergastolo. Richiesta alla quale si sono associati, condividendola, anche gli avvocati delle Parti civili.

 

Di Grazia avrebbe ucciso la moglie al culmine di una lite per motivi economici e passionali, facendo poi sparire il corpo che non è stato trovato. Per l’accusa non ci sono dubbi: «E’ stato lui. Ha ucciso la moglie, ne ha occultato e soppresso il cadavere e non merita alcuna attenuante - rimarcò Busacca - perché non soltanto ha mentito, ma anche depistato, mantenendo un pessimo comportamento processuale».

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