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Inchieste

Arrivederci, anzi addio: la fuga senza ritorno delle matricole siciliane

Di Pierangela Cannone
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Parole al vento per un cuore di mamma che, comunque, si rende guerriero: «C’è parecchia apprensione nel lasciarli andare - ammette la signora Francesca che accompagna a Torino il figlio assieme al suo amico e futuro coinquilino -. Ma noi genitori vogliamo il loro bene e se pensano che fuori le prospettive lavorative si raddoppiano, che facciano la loro strada». Perché in fondo «i figli si devono lasciare andare. Sono come frecce», aggiunge con fermezza (foss’altro per auto convincimento) la mamma Maria Assunta mentre abbraccia ancora un po’ la figlia Caterina in attesa del volo per Modena.

La prospettiva dei giovani va comunque oltre il desiderio di realizzazione: vogliono responsabilizzarsi e confrontarsi con altre realtà.

Qualche esempio. Il catanese Paolo Rizzo ha scelto di studiare Ingegneria informatica applicata nell’ambito dei videogiochi nell’unica scuola internazionale italiana, a Sassari. «Verranno professori dal Giappone e dall’America - dice - e nonostante in famiglia abbiamo preventivato i costi annui, che saranno davvero elevati, ne varrà comunque la pena in vista del mio futuro professionale. Emotivamente non sono teso perché ho la consapevolezza che vedrò spesso i miei genitori. Mi dispiace forse un po’ di più lasciare la mia ragazza». Direzione Politecnico di Torino per gli amici Gaetano Raia di Grammichele e Paolo Gerbino di Caltagirone. «Mi sono iscritto al corso di Ingegneria elettronica - racconta Gaetano - grazie all’incoraggiamento dei miei genitori che hanno reso possibile il mio progetto di vita. Avrei potuto optare per Catania, ma Torino offre maggiori servizi e sbocchi professionali. Del Sud rimpiangerò soprattutto il cibo: non riuscirò a emulare i manicaretti della nonna...». Paolo, invece, ha scelto il corso di Ingegneria matematica, perché «è stata una delle facoltà sulle quali ho sempre puntato. Sebbene non abbia ancora le idee chiare circa le prospettive future, affronterò il mio percorso di studi con la consapevolezza di crescere e responsabilizzarmi in totale autosufficienza. Provo tanta insicurezza ma ho comunque l’appoggio dei miei genitori che mi stanno accompagnando nel mio primo viaggio».

Gli studenti che hanno già sperimentato cosa significhi stare lontano dalla propria famiglia, invece, non vivono più l’euforia della prima volta, anzi hanno imparato a ingoiare la malinconia: durante i saluti sono loro ad avere il cuore forte, minimizzando ai genitori il tempo che trascorrerà per il prossimo abbraccio. «Studiare al Nord è una scelta che a lungo andare pesa - ammette Emanuela Mobilia, di Messina -. Sebbene mi trovi molto bene a Parma, dove frequento la magistrale di Biologia, sapere che potrò rivedere i miei genitori per Natale e Pasqua è pesante. Se in Sicilia avessi possibilità lavorative adeguate al mio titolo di studi, non esiterei a tornare, ma ho la consapevolezza che questo non accadrà mai». Della stessa idea è Caterina Internullo che vive a Modena da tre anni per studiare Scienze dell’educazione: «Sogno di diventare un’educatrice infantile. In Sicilia il ruolo delle nonne è ancora molto forte, mentre al Nord la maggior parte delle neo-famiglie si trova a gestire il bambino in solitudine. La mia scelta è stata strategica e non mi è pesata molto. I primi tempi sono stati difficili, ma ci si fa presto l’abitudine». «La famiglia manca - dice Paola Di Dio, di Piazza Armerina, che dallo scorso anno studia Lingue e letteratura e mediazione culturale a Padova -. Prevale però il desiderio di girare il mondo, studiare e valorizzare ancora più le bellezze della Sicilia. Mamma si è abituata alla mia lontananza, ma prendiamo il lato positivo: viene spesso a trovarmi e per lei ogni volta diventa una mini vacanza».

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