3 gennaio 2026 - Aggiornato alle 01:41
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LA STRAGE

«Quelle scintille sotto il soffitto»: le foto che spiegano l’inferno di Crans-Montana

Una ragazza con un casco alzata sulle spalle, bottiglie di champagne con candeline pirotecniche a pochi centimetri dai pannelli fonoassorbenti: in tre scatti realizzati da un diciannovenne è racchiuso il prologo della tragedia che ha sconvolto la Svizzera.

Alfredo Zermo

03 Gennaio 2026, 00:07

01:58

“Quelle scintille sotto il soffitto”: le foto che spiegano l’inferno di Crans-Montana

La ragazza con un casco in testa è la più vicina al soffitto. È issata sulle spalle di un ragazzo in mezzo alla calca, braccia tese, due bottiglie in mano, sopra ciascuna una candelina che sputa scintille verso l’alto. Attorno, altri indossano maschere da festa, qualcuno filma, qualcuno esulta. In una cornice di pannelli fonoassorbenti in materiale sintetico, bastano pochi secondi perché una “macchia” di fuoco cominci a correre. È l’istante prima del punto di non ritorno. Quelle immagini – tre fotografie nitidissime – non sono un dettaglio macabro: sono la chiave per capire come un rito di consumo diventato “format” commerciale si sia trasformato in un rogo capace di uccidere decine di persone e ferirne oltre un centinaio nella notte tra il 31 dicembre 2025 e il 1 gennaio 2026 al bar-discoteca Le Constellation di Crans-Montana.

Le foto che inchiodano la sequenza

Le tre immagini – realizzate da Ferdinand Du Beaudiez, 19 anni – mostrano, una dopo l’altra, l’innesco: le candeline pirotecniche fissate al collo delle bottiglie di champagne sollevate verso un soffitto basso; la prima chiaz­za di fiamma che morde i pannelli; il fuoco che si arrampica. Gli scatti, pubblicati in esclusiva prima dal tabloid britannico e ripresi poi dalla stampa italiana e svizzera, raccontano un locale pieno di giovanissimi: qualcuno con il volto coperto da maschere da party, molti con il telefono in mano, quasi tutti ignari della traiettoria che le fiamme stanno già disegnando sopra le loro teste.

La testimonianza visiva coincide con i racconti dei presenti: alzare in alto le bottiglie “incendiate” era un modo codificato di celebrare un tavolo VIP o un arrivo di bottiglie. È pratica diffusa in molti club internazionali, spesso ammessa senza una reale valutazione del rischio quando il soffitto è basso o rivestito con materiali sensibili al calore. In questo caso, la combinazione è risultata fatale.

Le candele pirotecniche e il soffitto fonoassorbente

Gli inquirenti svizzeri hanno indicato con chiarezza la pista principale: le “candeline pirotecniche” – spesso vendute come “sparkler candles” o “Bengala da tavolo” – montate sulle bottiglie e portate troppo vicino al soffitto avrebbero innescato il rogo. A bruciare quasi subito sarebbero stati i pannelli fonoassorbenti del controsoffitto, verosimilmente in schiume poliuretaniche o simili, che se non certificati e posati in modo conforme possono reagire con estrema rapidità a scintille e calore, sprigionando inoltre fumi densi e tossici. Le prime valutazioni parlano di una propagazione “rapida, molto rapida”.

La cronologia raccolta dagli investigatori punta su un orario compreso intorno alle 01:30 del 1 gennaio 2026. Le prime fiamme avrebbero guadagnato la superficie orizzontale del soffitto e, sfruttando l’innesco continuo delle scintille e l’eventuale contributo dei flussi d’aria dell’impianto di climatizzazione, sarebbero dilagate in pochi istanti, con un’accelerazione tipica dei roghi che interessano materiali plastici a base petrolchimica. Alcuni testimoni hanno parlato di un locale “avvolto” in una manciata di secondi.

I numeri della tragedia e lo stato delle indagini

Al 2 gennaio 2026, il bilancio fornito dalle autorità cantonali e ripreso dalla stampa internazionale indica “circa 40 vittime” e oltre 100 feriti, molti in condizioni gravi, con un quadro clinico dominato da ustioni e inalazione di fumi. La conta potrebbe variare con l’avanzare delle identificazioni, basate anche su DNA e odontoiatria forense per via della violenza termica del rogo. La procuratrice del Canton Vallese, Béatrice Pilloud, ha spiegato che “tutto fa pensare” a un incendio originato dalle candeline sulle bottiglie; l’inchiesta verificherà la conformità dei materiali impiegati, la presenza e l’efficienza di estintori, la capienza ammessa e le vie di fuga.

Gli ospedali della zona hanno operato al limite: diversi pazienti sono stati trasferiti in altri cantoni e, secondo necessità, anche all’estero. Il governo ha proclamato giorni di lutto e la comunità locale ha organizzato veglie e momenti di raccoglimento. È uno dei roghi indoor più gravi della Svizzera recente.

Il gesto del fotografo: dentro e fuori dal fuoco

Nelle ore successive, il nome di Ferdinand Du Beaudiez è rimbalzato sulle cronache non soltanto per le foto. È stato lui stesso a raccontare di essere uscito tra i primi e di essere poi rientrato nel locale in fiamme, non una ma due volte, per cercare il fratello e la fidanzata. “Non potevo pensare di lasciarli là dentro”, ha spiegato. Li ha trovati e li ha aiutati a uscire. È una nota luminosa, in un quadro di disperazione: una delle tante microscopiche eroi­cità che affiorano quando la normalità si spezza.

Dove il divertimento incontra il rischio

L’uso di candele pirotecniche sulle bottiglie, diventato negli anni un segno di status e un format virale da social, mette insieme marketing e pirotecnica “leggera”. In video promozionali di Le Constellation e in contenuti girati dai clienti si vede personale di sala che consegna secchielli pieni di champagne con più candeline accese, spesso sollevati, a volte portati sulle spalle di colleghi, con le scintille a ridosso di travi o controsoffitti. È un’estetica che funziona, ma che trasferisce, letteralmente, un punto d’innesco all’altezza più pericolosa del locale: il soffitto.

Il problema non sono solo le candeline in sé – prodotti che, in contesti sicuri e con distanze adeguate, hanno un impiego lecito – quanto la loro combinazione con condizioni sfavorevoli: soffitti bassi, materiali non ignifughi, affollamento oltre soglia, fumo e alcol che rallentano la reattività, vie di fuga complesse o unica scala. Se a questo si sommano musiche ad alto volume e luci stroboscopiche, la percezione del pericolo si abbassa e il margine per intervenire si riduce a pochi secondi.

Materiali e tempi: perché un rogo così è “veloce”

Gli specialisti di ingegneria della sicurezza antincendio ricordano che molte schiume poliuretaniche per l’acustica, se non trattate o posate correttamente, hanno una velocità di rilascio di calore elevata e possono produrre fumi opachi ad alta tossicità. L’esperienza maturata in roghi come quello di The Station Nightclub negli Stati Uniti (2003, 100 morti) mostra che, una volta acceso il soffitto o la parete con materiali simili, l’ambiente può diventare invivibile in meno di 90 secondi, con temperature, flussi di calore e gas oltre le soglie di sopravvivenza. I video e i racconti di Crans-Montana descrivono una dinamica comparabile: un’accensione puntuale che in pochi istanti diventa un fronte esteso, mentre le persone indugiano a capire cosa sta succedendo.

A rendere il tutto più insidioso è la stratigrafia del soffitto: pannelli orizzontali ravvicinati a condotte e cavedi possono favorire un effetto “ventilazione” che nutre le fiamme. È un’ipotesi già circolata, coerente con le immagini che mostrano una bruciatura inizialmente “gestibile” prima della corsa del fuoco. Saranno le perizie a dirci quanto abbia pesato la climatizzazione sullo sviluppo del rogo.

Le vie di fuga

La topografia di Le Constellation – un piano bar e un sem­interrato collegati da una scala stretta – ha probabilmente inciso nella fase critica dell’evacuazione. Testimoni parlano di corse verso un unico varco principale, di scale intasate, di finestre prese a calci e spallate per aprire un varco verso l’esterno. In assenza di sprinkler e con un fronte di fumo che cala rapidamente, la situazione di panico diventa ingestibile in meno di un minuto. Non a caso, in seguito a incendi come The Station, molte giurisdizioni hanno abbassato la soglia di capienza per l’obbligo di sprinkler e inasprito i requisiti per l’esodo nei locali di intrattenimento. È un patrimonio di conoscenze e regole che va reso effettivo non solo nelle norme, ma nelle prassi quotidiane.

Precedenti che parlano chiaro

A Bucarest, nel 2015, il rogo della discoteca Colectiv – innescato da fuochi pirotecnici che hanno attaccato l’acustica in schiuma – uccise 64 persone e ne ferì 146. Anche in quel caso, l’onda lunga fu normativa e giudiziaria: indagini per omicidio colposo, discussione su licenze, controlli e materiali, ammissioni pubbliche di proprietari di altri locali che decisero di chiudere per non mettere più a rischio i clienti. Le analogie con Crans-Montana – pirotecnica indoor, materiali sensibili, affollamento, uscite critiche – sono abbastanza forti da suggerire che le “lezioni apprese” non abbiano viaggiato abbastanza velocemente.

Negli Stati Uniti, la tragedia di The Station ha prodotto una spinta riformatrice misurabile: oltre all’ondata di cause civili e penali, studi federali hanno fissato, dati alla mano, i tempi in cui un locale diventa letale dopo l’innesco su poliuretano; la conclusione è brutale nella sua semplicità: senza sprinkler e con un’evacuazione che si concentra su un’unica uscita, la finestra utile si chiude in 90 secondi. I controlli non sono un orpello burocratico; sono l’unico modo per non ripetere la stessa storia con attori e lingue diverse.

Responsabilità e domande inevase

Sull’orizzonte di Crans-Montana restano interrogativi pesanti: chi ha autorizzato l’uso di candeline pirotecniche all’interno? Il locale rispettava i limiti di capienza? I pannelli del soffitto erano ignifughi e correttamente certificati? Quanti estintori erano realmente accessibili e quanti addetti formati erano in servizio? Gli inquirenti hanno chiarito da subito che non si tratta di incendio doloso e che le responsabilità – se ci sono – saranno valutate entro il perimetro dell’incidente e dell’eventuale negligenza. Ma la linea tra “tradizione di festa” e “pericolo oggettivo” è stata valicata. La domanda, oggi, è se quella linea fosse visibile a chi doveva vederla.

Il filo umano: tra lutto, attese e riconoscimenti

Nel cuore di una località sciistica frequentata da giovani e famiglie, il ritorno all’ordinario sarà lento. Le famiglie attendono i nomi, i medici lavorano per stabilizzare i grandi ustionati, gli inquirenti cercano di circoscrivere fatti e responsabilità. Si moltiplicano i fiori e le candele davanti al locale, mentre la città organizza momenti collettivi di preghiera e memoria. Le istituzioni federali e cantonali hanno promesso trasparenza e rapidità; il Paese ha dichiarato giorni di lutto. Dalla tragedia, come sempre, arrivano storie di altruismo e di scelte spietate imposte dal caso. Tra queste, la corsa di Ferdinand contro il fumo e il fuoco per strappare ai piani bassi le persone a cui vuole bene. Non cancella il resto, ma ci ricorda con forza che, dentro un errore sistemico, la differenza la possono fare anche le mani di un singolo.