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Legalità dell'intervento: gli attacchi Usa al Venezuela e la cattura di Maduro alla prova del diritto internazionale

Solo la Corte penale internazionale ha potere di superare immunità personali dei capi di Stato in procedimenti davanti alla Corte

Redazione La Sicilia

03 Gennaio 2026, 16:43

maduro

A quali condizioni un Paese può colpire un altro? La cattura di un capo di Stato all’estero è compatibile con le immunità sovrane? E in che misura la “guerra alla droga” può ridefinire i confini tra diritto internazionale dei diritti umani e diritto internazionale umanitario? Sono quesiti che l'attacco degli Stati Uniti al Venezuela sollevano. 

Il quadro normativo: cosa dice il diritto internazionale sull’uso della forza

Al centro c’è l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite: il divieto di minaccia o uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualunque Stato. Eccezioni? Autorizzazione del Consiglio di Sicurezza o autodifesa ai sensi in caso di attacco militare. Ogni misura di autodifesa, per essere legittima, va anche notificata “immediatamente” al Consiglio di Sicurezza ed è soggetta ai requisiti di necessità e proporzionalità.

La giurisprudenza della Corte internazionale di giustizia (il più alto organo giudiziario delle Nazioni Unite, con sede all'Aia) ha tracciato paletti noti: nel caso dell'attacco statunitense al Nicaragua del 1986, la Corte ha respinto giustificazioni elastiche di autodifesa collettiva e ha ricondotto azioni di sostegno armato e attacchi a violazioni della sovranità e del divieto d’uso della forza. In breve: non ogni minaccia diffusa o attività criminale transnazionale integra un “attacco armato” tale da aprire la porta all’uso unilaterale della forza.

Negli ultimi mesi, la Casa Bianca ha ancorato parte delle proprie azioni nella regione alla lotta contro “narco‑terroristi” e al contrasto di cartelli come il Cartel de los Soles o il Tren de Aragua, catalogandoli come associazioni terroristiche. Ma per numerosi giuristi, il salto da criminalità organizzata a “attacco armato” resta giuridicamente non dimostrato.

La cattura di un capo di Stato: quali immunità contano davvero

La cattura di Nicolás Maduro trascina il dibattito sul terreno delle immunità personali dei vertici in carica. La Corte internazionale di giustizia ha affermato che i ministri degli Esteri in carica godono, in quanto rappresentanti dello Stato, di immunità penale e inviolabilità complete dinanzi a giurisdizioni straniere, a tutela dell’esercizio delle loro funzioni, senza distinguere tra atti “ufficiali” e “privati”. È principio esteso nella prassi anche ai capi di Stato in carica. Le immunità, ha precisato la Corte, sono processuali: non cancellano eventuali responsabilità, ma impediscono azioni coercitive di altri Stati finché dura la carica.

Come si innesta questo principio sul caso attuale? Se Maduro è considerato capo di Stato in carica da Caracas e da una quota significativa della comunità internazionale, la sua cattura all’estero da parte di forze di un altro Paese solleva una possibile violazione del principio di immunità personale e di inviolabilità, a maggior ragione in assenza di mandato internazionale.

La Corte penale internazionale ha potere di superare immunità personali in procedimenti davanti alla Corte, ma ciò presuppone che deve averne la giurisdizione: il Venezuela è Stato parte dello Statuto di Roma e quindi soggetto alla Cprte, gli USA no; la Corte avrebbe giurisdizione su crimini commessi sul territorio venezuelano, ma non automaticamente sul crimine di aggressione contro uno Stato non parte senza rinvio del Consiglio di Sicurezza

Sul terreno penale statunitense, Maduro è oggetto dal 2020 di un’indagine federale per narco‑terrorismo; la dichiarata intenzione USA di processarlo non sana tuttavia il profilo di illecito internazionale derivante dalla cattura extra‑territoriale se avvenuta in violazione di sovranità e immunità. Il caso Nicaragua ricorda che neppure finalità “superiori” legate alla sicurezza autorizzano scorciatoie contro il divieto d’uso della forza.

Targeting, navi e “narco‑terrorismo”: il precedente dei colpi in mare

Dal settembre 2025, la campagna USA ha incluso decine di attacchi marittimi contro imbarcazioni ritenute legate al narcotraffico; oltre 100 le vittime riportate da varie cronache. Per Human rights Watch si è trattato di “uccisioni arbitrarie”; per Salvador Santino Regilme uno studioso olandese di relazioni internazionali e politologo specializzato in norme internazionali sui diritti umani, la riconduzione all’autodifesa non regge; per Moreno Ocampoil primo Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale dal 2003 al 2012, si tratta di “crimini contro l’umanità” se parte di una strategia sistematica extra‑bellica rivolta a civili (anche criminali). Questa cornice pesa oggi nel giudizio sugli strike terrestri in Venezuela.

Il ruolo dell’ONU e gli obblighi di notifica

Un’azione di autodifesa dev’essere “immediatamente riportata” al Consiglio di Sicurezza (art. 51). Al momento, non c’è indicazione pubblica che tale notifica – con fatti, base giuridica, imminenza e proporzionalità – sia stata formalmente depositata. Più Stati (dal Brasile all’Uruguay, dall’UE alla Spagna) hanno invocato il rispetto della Carta e la convocazione urgente degli organi competenti, segnalando che il dossier approderà inevitabilmente al Palazzo di Vetro.

Tali posizioni gettano ombre sul salto di qualità del 3 gennaio 2026: operazioni sul territorio di uno Stato sovrano, con cattura del suo leader. Il continuum operativo rafforza il dubbio che si sia entrati – senza dichiararlo – in un conflitto dalla base giuridica fragile.