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il caso

Brooklyn, la fortezza che trema: dentro l’MDC dove ora è chiuso Nicolás Maduro (con altri carcerati "celebri")

Storia e presente del Metropolitan Detention Center, tra blackout, violenze, riforme annunciate e un processo che può ridisegnare gli equilibri tra Washington e Caracas.

Fabio Russello

04 Gennaio 2026, 16:18

Brooklyn, la fortezza che trema: dentro l’MDC dove ora è chiuso Nicolás Maduro

Corridoi senza finestre, pavimenti in linoleum, neon lattiginosi. Un tappeto con la scritta “DEA NYD”, e un uomo in felpa nera, cappello di lana, polsi ammanettati. “Good night. Happy New Year”, mormora. È il momento in cui Nicolás Maduro, fino a poche ore prima capo di Stato del Venezuela, entra ufficialmente nel circuito detentivo federale statunitense dopo un’operazione militare lampo. La destinazione: il Metropolitan Detention Center di Brooklyn (MDC), penitenziario amministrato dal Federal Bureau of Prisons (BOP), struttura per detenuti in attesa di giudizio o di trasferimento. Un carcere “normale” nel sistema federale, ma con una fama che non lo è: una storia di blackout, violenze, indagini e giudici che, in casi recenti, hanno perfino rifiutato di mandarvi gli imputati. E ora, al centro della scena globale, ospita il nemico pubblico numero uno di Caracas.

Cos’è l’MDC Brooklyn: un carcere “di transito” che è diventato simbolo

L’MDC Brooklyn sorge a Sunset Park, sul waterfront industriale di Brooklyn, all’indirizzo 80 29th Street, accanto a un centro commerciale e con vista lontana sulla Statua della Libertà: un dettaglio urbanistico che, a ogni emergenza, restituisce un paradosso visivo di libertà e detenzione. Aperto nei primi anni ’90, nacque per alleggerire il flusso del vecchio Metropolitan Correctional Center (MCC) di Manhattan; dal 2021, dopo la chiusura dell’MCC seguita allo scandalo Jeffrey Epstein, è diventato la principale “porta” per i detenuti federali che compaiono davanti alle corti di Manhattan e Brooklyn.

È classificato come “administrative facility”: significa che può ospitare uomini e donne di diversi livelli di sicurezza, soprattutto in attesa di processo. La popolazione oscilla: le stime ufficiali e giornalistiche più recenti indicano tra i 1.300 e i 1.600 detenuti, a seconda dei periodi, con un trend di riduzione negli ultimi anni in risposta alle criticità croniche.

Non sono mancati i “nomi” che hanno inciso sulla reputazione del luogo: tra coloro che vi sono passati o trattenuti negli ultimi anni figurano il cantante R. Kelly, il produttore Sean “Diddy” Combs, l’ex magnate cripto Sam Bankman-Fried, l’associata di Epstein Ghislaine Maxwell, e – in anni precedenti – il narco-boss Joaquín “El Chapo” Guzmán. Più vicino al caso Maduro, ci sono figure con legami diretti con il Venezuela, come l’ex capo dell’intelligence Hugo Carvajal e l’asserito membro del Tren de Aragua Anderson Zambrano-Pacheco.

Un passato ingombrante: blackout, gelo e celle al buio

Se l’MDC è “famigerato”, lo deve in gran parte all’emergenza dell’inverno 2019: una settimana di blackout tra fine gennaio e inizio febbraio, in coincidenza con un’ondata di gelo. All’epoca, oltre 1.600 detenuti rimasero a lungo senza riscaldamento, luce e acqua calda. Le testimonianze parlarono di persone che “si stringevano per scaldarsi”, difficoltà nell’accesso a cure mediche e contatti con l’esterno, e persino ritorsioni contro chi protestava. La vicenda scatenò proteste di attivisti, mobilitazioni di parlamentari e un intervento d’urgenza del BOP; la Department of Justice annunciò verifiche. È l’evento che più di ogni altro ha fissato l’MDC nell’immaginario come sinonimo di gestione fallimentare.

Ma non è stato un episodio isolato. Secondo denunce e articoli degli anni successivi, il carcere ha sofferto di carenze di personale sistemiche, lockdown prolungati, episodi di violenza, mancata o tardiva assistenza sanitaria, presenza di muffa, vermi e insetti, e perfino acqua potabile contaminata in alcuni reparti. In più di un caso, giudici federali hanno descritto le condizioni come “deplorevoli” o “disumane”, rifiutando di inviarvi imputati particolarmente vulnerabili o compensando in sentenza i disagi patiti in custodia preventiva.

L’arrivo di Nicolás Maduro: cronaca di un trasferimento che fa la storia

La cattura di Nicolás Maduro – e della moglie Cilia Flores – ha segnato una frattura geopolitica e giuridica di portata eccezionale. L’operazione, battezzata dai media “Operation Absolute Resolve”, è stata accompagnata da esplosioni e blackout a Caracas e da un immediato contraccolpo diplomatico. Sabato 4 gennaio 2026 (ora italiana), l’aereo con a bordo il leader deposto è atterrato nell’area di New York, quindi il trasferimento in elicottero a Manhattan, la presa in consegna presso la DEA e infine l’ingresso all’MDC Brooklyn, registrato intorno alle 20:52 di sabato ora locale, secondo alcune ricostruzioni giornalistiche. All’esterno del carcere si è radunata una folla di esuli venezuelani, bandiere al collo, tra applausi e cori.

Fonti giudiziarie e giornalistiche indicano che Maduro dovrebbe comparire davanti a un giudice federale di Manhattan nei prossimi giorni, per affrontare capi d’accusa collegati – tra l’altro – a narcotraffico e terrorismo. Nel frattempo, all’MDC, con ogni probabilità sarà collocato in un’ala isolata e ad alta sorveglianza, in linea con i protocolli applicati a detenuti di profilo eccezionale. Non è la prima volta che un ex capo di Stato latinoamericano finisce a Sunset Park: lì è transitato anche l’ex presidente Juan Orlando Hernández dell’Honduras, poi giudicato per traffico di droga.

Dentro l’MDC: cosa vedrà Maduro

Nei primi giorni, per ragioni di sicurezza e valutazione sanitaria, detenuti come Maduro vengono generalmente tenuti in sezioni a maggiore isolamento. L’MDC è un carcere “di attesa” e “di passaggio”: la vita scorre tra head count regolari, lockdown programmati e talvolta improvvisi, movement limitati, attività ricreative essenziali, colloqui con avvocati e – quando consentito – con i familiari. La struttura è composta da edifici distinti e piani a moduli, con celle singole o doppie. Le criticità storiche – dal clima interno nelle giornate estreme, alla manutenzione degli impianti, all’assistenza sanitaria – sono proprio quelle che negli anni hanno scatenato denunce, ispezioni e ordini giudiziari. Per un imputato di alto profilo, il trade-off è tra la necessità di protezione e l’effetto di una detenzione ultra-restrittiva che può complicare la preparazione della difesa.

Cosa succede ora: tempi, aule e incognite

Sul piano procedurale, il percorso più probabile – salvo sviluppi imprevisti – prevede per Maduro un’iniziale comparizione in tribunale federale a Manhattan, la formalizzazione dei capi d’accusa, quindi un calendario di udienze su custodia e prove, con la difesa che potrebbe contestare giurisdizione, qualità delle prove, modalità dell’arresto e perfino le condizioni di detenzione all’MDC come fattore lesivo del diritto a preparare la strategia difensiva. Data l’eccezionalità del profilo, è plausibile l’adozione di misure speciali amministrative (SAMs) o restrizioni particolari sulle comunicazioni, già viste in altri casi di alto rischio. Tempi e modalità dipenderanno da molte variabili: collaborazione di potenziali coimputati (come l’ex capo spia Carvajal), materialità delle prove DEA e DoJ, pressione politica e diplomatica internazionale.