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“Presto la Groenlandia!” Il post di Katie Miller che riaccende il dossier Artico (e le tensioni) tra Washington e Copenaghen

Una mappa con la bandiera a stelle e strisce pubblicata dalla moglie del consigliere di Trump e una risposta gelida: perché un meme ha fatto tornare l’isola al centro della contesa geopolitica

Redazione La Sicilia

04 Gennaio 2026, 16:39

“Presto la Groenlandia!” Il post di Katie Miller che riaccende il dossier Artico tra Washington e Copenaghen

Un’immagine d’impatto, quasi pop: la sagoma della Groenlandia rivestita dalla bandiera degli Stati Uniti e una didascalia secca — “Presto la Groenlandia!”. È bastato questo post su X di Katie Miller — podcaster conservatrice e moglie di Stephen Miller, storico consigliere di Donald Trump — per innescare, in poche ore, un botta e risposta diplomatico con Copenaghen. Dall’altra parte dell’Atlantico, l’ambasciatore danese a Washington, Jesper Møller Sørensen, ha replicato pubblicamente con un messaggio che suona come un promemoria e una linea rossa insieme: “Un piccolo promemoria amichevole: siamo stretti alleati, la sicurezza degli Stati Uniti è anche quella di Groenlandia e Danimarca, la Groenlandia è già nella NATO. E ci aspettiamo il pieno rispetto dell’integrità territoriale del Regno di Danimarca”. Il resto lo hanno fatto la memoria recente — dal “Greenland-gate” del 2019 all’apertura del consolato USA a Nuuk nel 2020 — e la memoria lunga, con l’offerta americana di acquistare l’isola nel 1946. Il risultato: un semplice meme è diventato un detonatore politico in un’area dove contano basi radar, terre rare, rotte artiche e trattati di alleanza.

Cosa è successo: dal post alla risposta diplomatica

L’immagine postata da Katie Miller su X — la Groenlandia avvolta dalla bandiera USA, con la scritta “Soon”/“Presto la Groenlandia!” — è circolata nella notte tra il 3 e il 4 gennaio 2026 (ora della costa Est). Ha immediatamente raccolto reazioni e rilanci nel circuito trumpiano, sovrapponendosi a un clima già teso sull’Artico.

A stretto giro è arrivata la replica dell’ambasciatore Jesper Møller Sørensen: un thread in cui ribadisce alleanza, cooperazione artica, investimenti danesi nell’area e, soprattutto, la clausola chiave: “pieno rispetto dell’integrità territoriale del Regno di Danimarca”. Per un diplomatico, è un linguaggio chiaro.

La risposta danese ha trovato eco nei media europei e statunitensi, riattivando speculazioni su un rinnovato interesse strategico USA per l’isola e richiamando le frizioni dell’ultimo quinquennio.

Perché la Groenlandia è una miccia geopolitica

La Groenlandia ospita la base di allerta precoce per missili e sorveglianza spaziale di Pituffik Space Base (ex Thule Air Base), rinominata il 6 aprile 2023, oggi infrastruttura cruciale della U.S. Space Force per allerta balistica e tracciamento orbitale. Un nodo vitale per deterrenza e difesa missilistica nel quadrante nord.

L’isola è ricca di minerali critici e terre rare: progetti come Kvanefjeld (oggi bloccato dalla legge groenlandese che vieta l’estrazione con uranio sopra 100 ppm dal 2021) e Tanbreez (in avanzamento sotto controllo occidentale) la rendono un tassello della “guerra delle catene del valore” tra Occidente e Cina.

Il disgelo artico rimodella le rotte marittime e accresce il valore strategico di porti, aeroporti e sensori polari. Non stupisce che Danimarca e Stati Uniti abbiano moltiplicato investimenti militari e civili nell’area, così come i tentativi di limitare penetrazioni cinesi nelle infrastrutture (memorabile il braccio di ferro del 2018 sugli aeroporti).

Il precedente che brucia: dal 2019 a oggi

Nel 2019, l’idea di Donald Trump di “comprare” la Groenlandia fu definita “un’assurdità” dalla premier danese Mette Frederiksen. La reazione della Casa Bianca di allora fu la cancellazione della visita a Copenaghen: un incidente che segnò uno strappo simbolico nell’alleanza.

Nel 2020, però, gli USA riaprirono il consolato a Nuuk (chiuso dal 1953), con un pacchetto di 12,1 milioni di dollari per progetti civili: un segnale di impegno diplomatico di lungo periodo nell’Artico, oltre la polemica contingente.

Nel 2023, la rinomina ufficiale della base di Thule in Pituffik Space Base ha consolidato l’inquadramento dell’avamposto nel dispositivo spaziale-missilistico statunitense.

Tra 2024 e 2025, crescendo l’attenzione sulle terre rare, Washington e alleati europei hanno intensificato i contatti con i titolari di licenze minerarie in Groenlandia per “ancorare” i progetti a filiere non cinesi.

Groenlandia oggi: autonomia, numeri, sensibilità

La Groenlandia è un territorio autonomo all’interno del Regno di Danimarca; la Self-Rule Act del 2009 ha ampliato le competenze locali, mentre a Copenaghen restano formalmente la politica estera e la difesa per l’intero Regno.

Popolazione: circa 56.700 residenti (dato 2025), concentrati soprattutto a Nuuk (oltre 20.000).

Il bilancio pubblico dipende ancora in misura sostanziale dal block grant danese: circa 3,9-4,3 miliardi di corone (intorno a $500-600 milioni), pari a circa il 50% delle entrate pubbliche e a poco meno del 20% del PIL.

Economicamente la Groenlandia vive di pesca (circa il 90% dell’export), con turismo in crescita. Le estrazioni restano agli inizi: tra limiti geologici, logistici e norme ambientali stringenti, i grandi progetti minerari avanzano a strappi, e la sensibilità della società groenlandese verso l’ambiente e la salute pubblica è elevata.

Politicamente, il filo dell’indipendenza è ben presente ma pragmatico: l’elettorato tende a immaginare un percorso graduale e, nella stragrande maggioranza, non vuole sostituire la sovranità danese con un’annessione agli Stati Uniti.

Il nodo minerario: tra Kvanefjeld, Tanbreez e il diritto a dire “no”

Il progetto Kvanefjeld, uno dei più ricchi giacimenti di terre rare al mondo ma con presenza significativa di uranio, è stato “spento” dal Parlamento groenlandese con la legge del 2021 che vieta l’estrazione sopra 100 ppm di uranio. Ne è nato un contenzioso arbitrale da $11,5 miliardi con il titolare della licenza (oggi Energy Transition Minerals), che rivendica un’espropriazione di fatto.

Il progetto Tanbreez, focalizzato sulle terre rare pesanti, è avanzato invece su binari più compatibili con la normativa, e negli ultimi anni è entrato stabilmente nel perimetro degli interessi occidentali, anche grazie a pressioni politiche e diplomatiche volte a evitare cessioni ad attori cinesi.

Sullo sfondo, l’UE e gli USA spingono per catene di fornitura sicure su minerali critici; la Groenlandia, però, rivendica tempi e standard propri, coerenti con le esigenze di tutela di ambiente e comunità.

Infrastrutture e “trappole” della geopolitica: la lezione degli aeroporti

Nel 2018 la partecipazione di un colosso cinese alle gare per l’ampliamento degli aeroporti (Nuuk, Ilulissat, Qaqortoq) accese un campanello d’allarme a Copenaghen e Washington. La soluzione di compromesso — un ingresso finanziario e proprietario danese nel progetto, con una quota del 33% — ha segnato un precedente: infrastrutture civili in Groenlandia sono percepite come asset strategici dagli alleati, da gestire in chiave di sicurezza oltre che di sviluppo.