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Garlasco, il caso che non molla la presa: due testimoni, un audio-ombra e il rebus del Dna sui pedali

Tra nuove voci, vecchi verbali e indagini riaperte: perché il delitto di via Pascoli torna a interrogare l’Italia 18 anni dopo

Fabio Russello

05 Gennaio 2026, 17:07

Garlasco, il caso che non molla la presa: due testimoni, un audio-ombra e il rebus del Dna sui pedali

Una mattina di fine primavera, il cigolio di una bicicletta che zigzaga lungo una via silenziosa. In sella, una giovane dai capelli corti, biondi, un oggetto metallico stretto nella mano destra, come un’asta, la punta a “pigna” che cattura la luce. È un’immagine rapida, spezzata, che riaffiora da un verbale del 27 settembre 2007 e oggi torna a bussare alla porta del “caso Garlasco”, il delitto della 26enne Chiara Poggi che l’Italia credeva chiuso con la condanna definitiva del fidanzato Alberto Stasi a 16 anni. A riaccendere la miccia è l’inchiesta televisiva di Le Iene e nuove tessere investigative: due testimonianze inedite che confermerebbero quel vecchio racconto, un audio che allude a pressioni su un teste, la riapertura delle indagini della Procura di Pavia su Andrea Sempio e, di nuovo, il giallo dei pedali e del Dna. Ma tra suggestioni mediatiche e atti giudiziari, che cosa è davvero cambiato? E che cosa, invece, resta tutto da provare?

Il punto di partenza: la “rivelazione” e il peso delle parole

A rimettere al centro i riflettori, il servizio pubblicato oggi da Il Tempo: l’inviato di Le Iene, Alessandro De Giuseppe, racconta di aver raccolto la voce di “due nuovi testimoni”. Uno di loro, sostiene, avrebbe visto “la stessa scena” descritta dal tecnico Marco Demontis Muschitta nel 2007: una ragazza bionda in bici, che procede a zigzag reggendo un’asta metallica. Nello stesso servizio, De Giuseppe afferma che “nel 2007 arrivò una telefonata: ‘datemi qualcosa per incastrare Stasi’. Quindici minuti dopo saltano fuori 2,5 grammi di Dna puro e pulito sui pedali della bicicletta”. Sono parole forti, che chiamano in causa metodi d’indagine e qualità della prova scientifica. Vanno, per questo, maneggiate con prudenza: la quantità di Dna raccolta sui pedali fu, secondo gli atti tecnici circolati negli anni, nell’ordine dei nanogrammi per microlitro, non “grammi” – misura incompatibile con le prassi forensi. Il senso delle frasi riportate da De Giuseppe, dunque, è una contestazione di metodo, non un dato acquisito in sentenza. Ma la domanda che apre – come e quando fu quantificato quel Dna – merita di essere rimessa al vaglio degli atti.

La memoria lunga dei verbali: chi è Muschitta e cosa disse davvero

Il nome di Marco Demontis Muschitta non è nuovo nel fascicolo: il 27 settembre 2007, davanti al pm Rosa Muscio, l’operaio riferì di avere incrociato, la mattina del delitto, una ragazza in bici con “un’asta di metallo, color canna di fucile, con un’estremità a forma di pigna”, in uscita da una via laterale rispetto a via Pascoli. Un’ora dopo, ritrattò tutto. Quell’altalena trasformò la sua versione in un binario morto processuale. Oggi, però, quelle righe sono state di nuovo incrociate con le parole di un testimone ascoltato nella nuova inchiesta pavese: incrocio che ha spinto gli investigatori a cercare l’ipotetica arma in un canale a Tromello, dove è stato trovato un martello ora al vaglio. Anche qui, servono cautele: non c’è al momento prova che quell’attrezzo sia “l’arma del delitto”. È un reperto, e in quanto tale dovrà essere periziato.

Negli ultimi mesi è emerso anche un audio – rilanciato da alcuni siti – in cui si parla di presunte minacce che avrebbero indotto Muschitta a ritrattare nel 2007. Elemento suggestivo, da verificare nella sua autenticità, provenienza e integrità: in assenza di riscontri formali, resta una pista che la cronaca non può confondere con un fatto accertato.

Che cosa aggiungono le nuove testimonianze

Secondo Il Tempo, una delle due nuove voci raccolte da Le Iene confermerebbe la scena descritta da Muschitta; l’altra collocherebbe due persone “in un luogo in cui non avrebbero dovuto essere”. Non conosciamo – né è corretto anticipare senza atti – i nomi, l’esatta collocazione temporale, la distanza d’osservazione, la qualità del ricordo, la catena di custodia delle dichiarazioni. Ma sappiamo che la Procura di Pavia sta già percorrendo una pista concreta: la posizione di Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara, indagato nel marzo 2025 per omicidio in concorso, dopo nuove consulenze sui residui biologici sotto le unghie della vittima e altri elementi di contesto (impronte di scarpa compatibili per taglia, traffico telefonico, frequentazioni). La verifica giudiziaria, dunque, è in corso dentro un perimetro istituzionale, ed è lì che le eventuali nuove testimonianze dovranno misurarsi.

La pista Sempio: perché è stata riaperta?

Il 11-12 marzo 2025 la notizia che scuote il caso: la Procura di Pavia riapre le indagini e iscrive Andrea Sempio nel registro degli indagati. Una consulenza disposta dagli inquirenti – a valle di analisi sollecitate anche dalla difesa di Stasi – indica che sotto le unghie di Chiara sarebbero presenti tracce di Dna riconducibili a Sempio; i pm vogliono inoltre confrontare il suo numero di scarpa con le impronte repertate nella villetta e approfondire le sue frequentazioni con Chiara e la cerchia di amici dei Poggi. Nel maggio 2025 vengono eseguite perquisizioni e Sempio è convocato in Procura; in un’occasione non si presenta, salvo poi affidarsi a facoltà di non rispondere e, a dicembre 2025, comunicare che non tornerà a parlare fino alla chiusura delle indagini. Nel frattempo, i carabinieri riascoltano vecchie intercettazioni del 2016-2017, rilevando – secondo quanto emerso sui media – omissioni e riassunti errati di passaggi in cui si parlava di raccolte di contanti “non tracciabili”. È un frammento delicato, che si intreccia con un altro capitolo: nel settembre 2025 l’ex procuratore di Pavia, Mario Venditti, risulta indagato a Brescia in un filone che sfiora il caso. 

Cosa ha stabilito in via definitiva la Cassazione su Stasi

Dal 12 dicembre 2015, per la giustizia italiana, l’assassino di Chiara Poggi è Alberto Stasi. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 16 anni inflitta nell’Appello bis del 17 dicembre 2014, dopo un percorso processuale complesso: assoluzione in primo grado nel 2009, conferma d’assoluzione in Appello nel 2011, annullamento con rinvio da parte della Cassazione nel 2013. Nelle motivazioni, i giudici indicano – tra gli elementi a carico – la “copiosa quantità di Dna” di Chiara sui pedali della bici Umberto Dei Milano di Stasi, pedali ritenuti non originali per quel modello: dettaglio che alimentò, fin da prima del 2015, il dibattito sugli “scambi” tra bici bordeaux e bici nera e sull’imbrattamento ematico. È su questo crinale che si collocano oggi sia le contestazioni mediatiche rilanciate da Le Iene, sia le precisazioni tecniche di atti e consulenze. La sentenza definitiva resta un fatto; ogni revisione, un percorso a parte, che passa da nuove prove “decisive”.

Il nodo bici e Dna: tra perizie, ordini di grandezza e ipotesi di “scambi”

Che cosa sappiamo, oggi, dei pedali? La parte civile – con gli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna – ha sostenuto negli anni la tesi di uno “scambio” di pedali, con tracce della vittima finite sui Wellgo montati su una bici diversa da quella originaria, a copertura dell’uso della bici nera. La difesa di Stasi ha contestato più volte la ricostruzione e, in sede mediatica, alcuni consulenti hanno ridimensionato l’interpretazione del dato biologico. In documenti tecnici citati dalla stampa, la concentrazione del Dna femminile sui pedali è stimata nell’ordine di pochi nanogrammi per microlitro, coerente con microtracce ematiche. La frase “2,5 grammi di Dna”, rilanciata in tv come provocazione investigativa, appare dunque una semplificazione polemica e, se presa alla lettera, scientificamente infondata: un conto sono le microquantità rilevate in laboratorio, un altro sono le metafore usate per contestare la “pulizia” o l’eventuale “collocazione” di reperti nel contraddittorio pubblico. Il punto, giudiziariamente, non cambia: la prova dei pedali – per come è stata ritenuta – resta nel corpo della sentenza; per scalzarla servono atti nuovi, verifiche replicabili e catene di custodia inoppugnabili.

Le reazioni dei Poggi

La famiglia Poggi, tramite i propri legali, ha definito “ricostruzioni da romanzo” i servizi andati in onda nel giugno 2025 e ha parlato di una “campagna diffamatoria” che avrebbe persino adombrato l’ipotesi di una relazione di Chiara con “un uomo adulto”: un’accusa respinta con forza. È il promemoria di un confine etico – oltre che giuridico – che chi racconta il caso non può permettersi di oltrepassare. Parimenti, la riapertura delle indagini su Sempio non equivale a una “nuova verità”: è, tecnicamente, il ritorno dell’azione penale su una pista già affacciatasi tra 2016 e 2017 e allora archiviata, ora sorretta da verifiche genetiche e riscontri che i pm ritengono meritevoli di approfondimento. In mezzo, ci sono i diritti di tutti: quello della famiglia della vittima alla tutela della memoria; quello degli indagati alla presunzione d’innocenza; quello della collettività a un’informazione accurata.

Stasi oggi: lavoro esterno e semilibertà

Sul piano esecutivo, Alberto Stasi dal 2023 beneficia del lavoro esterno dal carcere di Bollate e, dall’aprile 2025, ha ottenuto la semilibertà; il fine pena teorico è fissato al 2030, anticipabile al 2028 per buona condotta. Nel 2018 ha raggiunto un accordo transattivo con i Poggi per 700.000 euro a titolo di risarcimento, metà già versati, metà tramite trattenute. A marzo 2025, in un’anticipazione tv, ha detto: “Mi auguro si possa arrivare alla verità”. Sono parole che, a quasi 18 anni dai fatti, restituiscono la misura del dissidio tra una verità “giuridica” consolidata e la verità “storica” che molti avvertono come incompiuta. Ma è il diritto – non l’audience – a stabilire se e quando un caso si riscrive.