la disavventura
“Sospesi tra mare e cielo” nello Yemen in guerra: come oltre 400 turisti (86 italiani) sono rimasti bloccati a Socotra
Voli cancellati, spazio aereo chiuso e una stagione turistica interrotta: cosa sta succedendo nell’arcipelago patrimonio di biodiversità e perché il rientro non è scontato
All’alba, davanti al piccolo terminal di Hadiboh, i bagagli diventano sedili improvvisati. Un altoparlante gracchia, ma non annuncia partenze: scorre solo il rumore del vento e il bisbiglio preoccupato dei viaggiatori. Alcuni indossano magliette con il Dracaena cinnabari stampato in grande – l’iconico “albero del sangue di drago” di Socotra – come souvenir di un viaggio sognato per anni. Ora la foto più condivisa è un cartello scritto a penna: “Flights suspended”. In mezzo alla folla ci sono 86 italiani. Sono parte di oltre 400 turisti bloccati sull’arcipelago yemenita da quando i voli sono stati sospesi per le tensioni esplose sullo Yemen continentale. Le valigie sono pronte, ma lo spazio aereo no.
Un’isola in trappola: i fatti essenziali
Secondo fonti locali e agenzie internazionali, nelle ultime ore sono stati cancellati o dirottati i voli da e per Socotra, lasciando sull’isola più di 400 viaggiatori, di cui 416 secondo un funzionario citato dalla stampa, tra loro oltre 60 cittadini russi. Dall’Italia, la Farnesina ha attivato l’Unità di Crisi e la rete diplomatica a Riad per coordinare con i tour operator e favorire il rientro degli 86 connazionali, distribuiti tra hotel e campi tendati. Sulla scena locale, il vicegovernatore con delega a cultura e turismo, Yahya (Yehya) bin Afrar, ha confermato lo stop ai voli per i turisti stranieri.
Dietro l’interruzione c’è il deteriorarsi della situazione nel sud dello Yemen: lo scontro tra forze riconducibili al governo sostenuto dall’Arabia Saudita e i separatisti del Southern Transitional Council (STC) appoggiati dagli Emirati Arabi Uniti ha prodotto ripercussioni immediate sui collegamenti aerei, non solo ad Aden ma a cascata anche su Socotra. Nei giorni precedenti, l’aeroporto di Aden ha registrato chiusure e forti limitazioni, tra accuse incrociate di blocchi e ispezioni aggiuntive; a fine dicembre è stato dichiarato lo “stato di emergenza” in alcune aree del sud, con impatto sull’operatività degli scali e delle rotte interne.
Che cos’è cambiato per i voli su Socotra
Per anni, l’accesso turistico all’isola è dipeso da pochissime frequenze, in particolare da Abu Dhabi, con circa tre voli a settimana nella stagione alta. Quel sottile cordone ombelicale, ora, è stato reciso: secondo fonti locali, i collegamenti sono stati sospesi “almeno fino al 6 gennaio”, data indicata anche dal portavoce del ministero degli Esteri polacco Maciej Wewiór in un messaggio pubblico. Gli annunci delle compagnie sono arrivati a singhiozzo, mentre sul terreno all’aeroporto di Hadiboh la presenza di miliziani affiliati allo STC ha reso vano ogni tentativo di imbarco, come hanno raccontato testimoni e turisti stranieri.
Dalla sponda internazionale, la U.S. Embassy Yemen Affairs Unit e il Dipartimento di Stato statunitense hanno ribadito l’avviso “Level 4: Do Not Travel” per tutto lo Yemen, con specifico richiamo a Socotra: “il governo degli Stati Uniti non è in grado di fornire servizi consolari di emergenza o di routine nel Paese”. Avvisi analoghi – con la formula “Do not travel” – sono in vigore nelle raccomandazioni di altri Paesi, come l’Australia. Non si tratta di un dettaglio burocratico, ma di un dato sostanziale: se i voli non riprendono, l’assistenza sul posto è per definizione limitata.
Due alleati del Golfo in rotta, un Paese in bilico
Da anni lo Yemen vive un conflitto multifronte: al nord i ribelli Houthi (alleati dell’Iran) controllano Sana’a; al sud le forze che riconoscono il governo internazionalmente riconosciuto sono attraversate da una frattura: da una parte Riad sostiene le istituzioni di riferimento, dall’altra Abu Dhabi appoggia lo STC, il movimento che punta a ripristinare l’indipendenza del Sud Yemen. A fine dicembre 2025 e nei primissimi giorni di gennaio 2026, la tensione tra questi schieramenti è esplosa con nuovi scontri e spostamenti di controllo su snodi strategici come Mukalla (Hadramawt). Nel mezzo, infrastrutture civili – aeroporti, porti, strade – diventano terreno di contesa o di blocco temporaneo.
La chiusura parziale/temporanea dell’aeroporto di Aden è un segnale rivelatore: se salta il principale scalo internazionale fuori dal controllo Houthi, a cascata ne risentono tutte le rotte interne, inclusa Socotra, già logistica fragile per definizione. Alcune fonti locali parlano di “chiusura dello spazio aereo” e di “porti d’ingresso temporaneamente chiusi” nell’arcipelago, con decisioni prese in emergenza per ragioni di sicurezza. In questo contesto, compagnie e autorità aeroportuali possono sospendere i voli a brevissimo preavviso, senza garanzie temporali sulla ripresa.
Il ruolo dello STC a Socotra
Sull’isola l’influenza dello STC è significativa da anni. Segnalazioni e analisi hanno documentato l’accresciuta impronta emiratina nell’arcipelago, a partire dalle infrastrutture e dalla sicurezza. Anche episodi più recenti – come la presenza di soldati STC a presidio del terminal di Socotra International Airport – confermano che le decisioni “a terra” risentono degli equilibri politico-militari del momento. Non è un caso che siano proprio figure istituzionali locali, come Yahya bin Afrar, a comunicare i numeri dei turisti fermi e a chiedere di “tenere l’aeroporto fuori dal conflitto politico”.
Gli 86 italiani non sono un gruppo unico: viaggiano con operatori diversi, con programmi simili (campeggi nel deserto interno, trekking verso gli altipiani, snorkeling nella laguna di Detwah). Oggi alloggiano in campi o strutture essenziali in attesa di comunicazioni sul prossimo volo utile. Per ragioni di sicurezza e di organizzazione, la Farnesina coordina con i tour operator e con l’Ambasciata d’Italia a Riad, competente anche per lo Yemen, mentre il canale di riferimento per le emergenze resta l’Unità di Crisi.
Nel frattempo, anche cittadini di altre nazionalità chiedono assistenza. L’Ambasciata russa in Yemen ha riferito di avere ricevuto numerose richieste da parte dei propri connazionali a Socotra. Media regionali citano testimonianze di turisti di diversi Paesi – polacchi, singaporiani, cinesi – bloccati tra 1 e 2 gennaio e indirizzati temporaneamente verso aree di campeggio in attesa di sviluppi. Sono scene da “rientro impossibile” già viste in altri scacchieri di crisi: una catena globale fatta di biglietti sospesi, assicurazioni viaggio e reti consolari con capacità limitate.
Biodiversità irripetibile e turismo di nicchia
Sospesa tra Golfo di Aden e Oceano Indiano, a circa 350 chilometri dalla costa yemenita, Socotra è spesso presentata come un “laboratorio vivente” di endemismi: oltre alla già citata Dracaena, l’arcipelago ospita specie che non esistono altrove. Da alcuni anni, complice l’eco dei social, è diventata una meta di turismo d’avventura e fotografia naturalistica. Ma l’attrattività convive con una fragilità geostrategica: i collegamenti aerei sono pochi, le rotte marittime esposte, l’assistenza sanitaria e i servizi sono limitati. Bastano poche decisioni dall’altra parte del mare – uno scontro a Mukalla, un check-point in più sulle strade verso Aden – per trasformare l’isola in un imbuto logistico.
Il nodo sicurezza e le avvertenze ufficiali
Le avvertenze non mancano. Il Dipartimento di Stato USA, nell’ultimo aggiornamento del 19 dicembre 2025, ribadisce “Level 4: Do Not Travel”: si sconsiglia ogni spostamento in tutto lo Yemen, Socotra inclusa, ricordando che non è possibile fornire servizi consolari e che alcune agenzie promuovono viaggi con “visti” non validi. Raccomandazioni nella stessa direzione arrivano da altre cancellerie occidentali. Il messaggio è chiaro: se si decide di partire lo si fa sapendo che evacuazioni e assistenze non sono garantite.