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Niguarda

Crans-Montana, la lotta per la vita dei feriti italiani più gravi: tre tecniche per curarli

I giovani italiani rimasti coinvolti nell'incendio in Svizzera sono in tutto 14: tre sono ricoverati a Zurigo

Redazione La Sicilia

05 Gennaio 2026, 19:05

Crans-Montana, la lotta per la vita dei feriti italiani più gravi: tre tecniche per curarli

Degli undici feriti di Crans-Montana ricoverati all’Ospedale Niguarda di Milano, cinque si trovano al Centro grandi ustioni e sei in Terapia intensiva, tre dei quali in condizioni “particolarmente critiche”. Lo riferisce Giampaolo Casella, direttore di Anestesia e Rianimazione del Niguarda, secondo il quale “nelle prossime settimane avremo una vera e propria battaglia per questi pazienti”, la cui “situazione clinica è estremamente seria”.

Le ustioni, aggiunge il dottor Casella, “sono molto estese” e “tutti purtroppo hanno anche un danno da inalazione di fumi velenosi”. “Avremo complicanze attese”, sottolinea, prevedendo “ulteriori interventi chirurgici”.

“Ne abbiamo già fatti tanti – osserva –: ne abbiamo operati sei immediatamente, due dopo e due sono attualmente in sala operatoria”.

La priorità resta salvare la vita ai sei ragazzi italiani in rianimazione, coinvolti nella strage e ricoverati al Niguarda, riducendo quanto più possibile la superficie corporea ustionata per stabilizzare le condizioni ed evitare il rischio di uno scompenso generale; parallelamente si apre un lungo percorso di cure per le gravi lesioni.

In totale sono 14 gli italiani ricoverati, 11 a Milano e 3 a Zurigo.

Le tre principali strade terapeutiche sono: espansione cutanea, chirurgia rigenerativa e trapianto di pelle. A illustrarle è Alessio Caggiati, già primario di Chirurgia plastica all’Idi Irccs e docente alla Scuola di specializzazione in Chirurgia plastica dell’Università Cattolica di Roma.

“Se per chi è in pericolo di vita la priorità sono le cure di terapia intensiva – sottolinea – per gli altri, ovviamente, le terapie dipendono dal grado delle ustioni. Se quelle di primo grado o di secondo superficiali – peraltro più dolorose di quelle profonde che danneggiano le terminazioni nervose – guariscono facilmente, per quelle di secondo grado profonde e di terzo e quarto grado, la situazione è complessa”.

Una prima opzione è la cosiddetta espansione cutanea, indicata per contrastare la riduzione della mobilità di arti e dita: “Consiste nell’inserire palloncini di silicone sotto la pelle sana, accanto alle zone ustionate, con la pelle prodotta in più che viene utilizzata per sostituire quella danneggiata”

“C’è poi la chirurgia rigenerativa, che si basa sul prelievo di cellule staminali dal tessuto adiposo del paziente, che vengono trapiantate sul tessuto cicatriziale per riconferirgli elasticità. Questa tecnica, anche per il suo rapporto favorevole tra costi e benefici, si sta diffondendo sempre di più. Nei casi più drammatici – aggiunge – può essere utile anche l’impiego di guaine che comprimono la pelle per restituirle elasticità”

La terza via è il tradizionale trapianto di pelle dallo stesso paziente. “Nel caso dei pazienti in terapia intensiva – continua Caggiati – si utilizza il trapianto di pelle artificiale o da cadavere, per ridurre temporaneamente la superficie ustionata: nel frattempo, quando il paziente sarà stabilizzato, si può valutare con calma il trapianto di pelle dal paziente stesso.”