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il caso

Morire per la Groenlandia? Il dilemma europeo: che succede se gli USA attaccano

La domanda che brucia sotto il ghiaccio: quali obblighi avrebbe l’Unione Europea se gli Stati Uniti colpissero l'isola territorio del Regno di Danimarca?

Fabio Russello

07 Gennaio 2026, 17:49

Morire per la Groenlandia? Il dilemma europeo se gli USA alzano la posta artica

Se un giorno fosse proprio Washington a premere lo scontro contro la Groenlandia, isola da sempre parte del Regno di Danimarca, l’Unione Europea sarebbe chiamata ad “aiutare e assistere” Copenaghen? Oppure la natura “atlantica” del caso—con l’ipotetico aggressore che è anche il principale alleato—svuoterebbe di significato clausole e trattati? La risposta, nel freddo artico, non è mai bianco o nero.

Un’isola sotto la Corona danese, ma fuori dall’UE: il nodo giuridico

La Groenlandia è parte integrante del Regno di Danimarca dal 1953, con ampia autonomia interna dal 1979 e uno status di “autogoverno” rafforzato dal 2009. In materia di politica estera e difesa, però, la responsabilità ultima resta a Copenaghen. Sul fronte europeo, l’isola è uscita dalla CEE nel 1985 (successivo al referendum del 1982) e oggi è un’OCT—un’Overseas Country and Territory associata all’UE—non un territorio in cui il diritto dell’Unione si applichi automaticamente. I cittadini groenlandesi sono cittadini danesi e dunque dell’UE, ma il territorio non rientra nell’acquis comunitario, salvo ambiti specifici. Questo doppio binario—danese e non UE—è il primo pezzo del rompicapo.

Di fronte a un’aggressione armata contro il territorio di uno Stato membro, l’articolo 42(7) del Trattato sull’Unione Europea (la clausola di “mutua assistenza”) impone agli altri Stati membri “l’obbligo di aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro potere”. Ma il testo non chiarisce con precisione l’estensione geografica di “territorio”: include anche le OCT come la Groenlandia? La dottrina è divisa. Una parte degli studiosi ritiene che la clausola valga solo nei territori in cui i Trattati si applicano; altri sostengono che conti la definizione di “territorio dello Stato membro” secondo il diritto costituzionale nazionale, e dunque anche per le OCT. In mancanza di una giurisprudenza vincolante, la partita è interpretativa e, in ultima analisi, politica.

Il precedente francese e i limiti della clausola 42(7)

La clausola è stata invocata una sola volta: dalla Francia dopo gli attentati del 13 novembre 2015. Il ricorso fu accolto all’unanimità, ma l’assistenza assunse forme bilaterali e variabili, non un intervento “a bandiera UE”. È un indizio importante: anche laddove scatti, l’art. 42(7) attiva un obbligo politico-giuridico che lascia ampia discrezionalità agli Stati sull’aiuto concreto. In un’eventuale crisi in Groenlandia, l’“Europa” sarebbe dunque la somma di decisioni nazionali coordinate, non un comando centrale.

C’è di più. L’art. 42(7) convive con la NATO, che “resta la base della difesa collettiva dei suoi membri”. È scritto nero su bianco nei documenti europei: la clausola UE non scavalca gli impegni atlantici, li integra. Ma qui il paradosso: se l’aggressore fosse proprio un alleato NATO—gli Stati Uniti—l’Alleanza non sarebbe concepita per “difendere da sé stessa”. In quel caso, 42(7) resterebbe una leva di pressione politica e diplomatica, non una bacchetta magica militare.

NATO: dove passa la linea rossa del Trattato di Washington

Sul versante atlantico, l’articolo 5 della NATO impegna gli alleati alla difesa collettiva in caso di “attacco armato”. L’articolo 6 precisa l’area coperta: Europa, Nord America, isole sotto la giurisdizione delle Parti nell’area nordatlantica a nord del Tropico del Cancro. È un riferimento perfetto per la Groenlandia. Ma l’art. 5 presuppone un “aggressore esterno” all’Alleanza. Un’azione ostile degli USA contro la Danimarca non innescherebbe automaticamente la difesa collettiva: porterebbe, piuttosto, a una crisi di esistenza per l’Alleanza stessa. Ecco perché leader danesi e europei hanno ammonito che un atto del genere “segnerebbe la fine della NATO” come l’abbiamo conosciuta.

La base che vede tutto: da Thule a Pituffik

Il cuore strategico è Pituffik Space Base, ex Thule Air Base, nata nei primi anni ’50 in virtù dell’accordo di difesa USA–Danimarca del 27 aprile 1951. Oggi la base ospita radar ad allarme precoce e capacità di sorveglianza spaziale cruciali per la deterrenza balistica. Il 2023 ha segnato il passaggio formale alla U.S. Space Force e il cambio di nome, un gesto simbolico verso la cultura groenlandese ma anche il segno di una nuova centralità dello spazio nelle dottrine di difesa. Nell’inverno 2025, la visita del Vicepresidente JD Vance ha riacceso i riflettori su questa installazione estrema, dove l’oscurità dura tre mesi e il ghiaccio tiene in scacco il porto per nove.

La presenza americana in Groenlandia, però, non è mai stata indolore. Dallo spostamento forzato di famiglie inuit negli anni ’50, all’incidente del 1968 con un B-52 che disperse materiale nucleare, alle basi “di ghiaccio” della Guerra Fredda oggi minacciate dal disgelo, la memoria locale intreccia sicurezza globale e ferite aperte.

Che cosa farebbe l’UE?

Qui entra in gioco la politica, più della giurisprudenza. Sul piano formale, Copenaghen potrebbe invocare l’art. 42(7)—e non pochi giuristi ritengono che la Groenlandia rientri nel concetto di “territorio dello Stato membro” ai fini della clausola. Altri sostengono il contrario, richiamando la distinzione tra OCT e Regioni Ultraperiferiche (RUP): per queste ultime il diritto UE si applica per intero, per le OCT no, e dunque la mutua assistenza non sarebbe pensata per loro. Senza un arbitro esterno (la Corte di giustizia non ha competenza diretta sulla CSDP), a decidere sarebbe il consenso politico tra capitali.

Quale “assistenza” potrebbe dare l’UE? Realisticamente: misure diplomatiche coordinate, fino all’isolamento politico dell’aggressore; sanzioni economiche e restrizioni commerciali mirate; supporto cibernetico, intelligence e potenziamento della sorveglianza nello Spazio artico; presenza navale e aerea di paesi europei nell’Atlantico Nord per “de-escalation” e tutela della libertà di navigazione; sostegno materiale a Danimarca e autorità groenlandesi per la protezione civile.

L’opzione militare diretta contro gli USA è, nei fatti, impensabile: lo dicono la sproporzione di forze, l’interdipendenza economica e l’architettura di sicurezza europea ancora fondata—nonostante tutto—sull’ombrello atlantico.

Un’Europa più “artica” di quanto sembri

In Groenlandia si trovano 25 su 34 materie prime considerate “critiche” dall’Europa; grafite, terre rare, molibdeno e potenzialmente magnesio sono pezzi del puzzle industriale europeo e della sua autonomia strategica. La dinamica si riflette anche sul terreno: nel 2025 Nuuk ha concesso licenze pluridecennali per progetti minerari strategici (come Amitsoq per la grafite), con il supporto di iniziative europee come l’European Raw Materials Alliance. L’EIT RawMaterials ha cofinanziato progetti legati a magnesio e molibdeno, nel solco dell’EU Critical Raw Materials Act. L’Europa, insomma, non è neutrale: ha interessi da proteggere in Groenlandia e lo fa con strumenti economici, regolatori e diplomatici.