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“Tre colpi e un racconto che non torna”: il caso Minneapolis riaccende lo scontro fra Casa Bianca, città e Stato

Video, versioni contrapposte e una parola pesante: perché la morte di Renee Nicole Macklin Good divide l’America e mette sotto esame l’operazione federale in Minnesota

Redazione La Sicilia

08 Gennaio 2026, 07:26

11:47

“Tre colpi e un racconto che non torna”: il caso Minneapolis che riaccende lo scontro fra Casa Bianca, città e Stato

La scena dura pochi secondi: un suv rosso, fermo di traverso a un incrocio residenziale di South Minneapolis; uomini in abiti operativi con la scritta ICE; una mano che afferra la maniglia, un’altra che tenta di aprire lo sportello. Poi tre bagliori, tre colpi. L’auto scivola avanti, urta, si ferma più in là. A terra non c’è nessun agente travolto. A morire, poche ore dopo in ospedale, è Renee Nicole Macklin Good, 37 anni, cittadina americana, madre, poetessa. Quelle immagini, riprese da più angolazioni da curiosi e residenti, non smettono di rimbalzare online e di generare domande. E soprattutto, non coincidono con la versione ufficiale di Washington.

I fatti essenziali, fin dove arrivano i video

La mattina di mercoledì 7 gennaio, attorno alle 9:30, in zona East 34th Street e Portland Avenue, nel cuore di Minneapolis, un agente della U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE) spara tre volte verso la conducente di un SUV durante una vasta operazione federale. La donna, identificata come Renee Nicole Macklin Good, verrà dichiarata morta in ospedale. Nei filmati si vede l’auto con gli sportelli bloccati, due agenti ai lati che cercano di aprire, un terzo che arretra e poi esplode i colpi a distanza ravvicinata attraverso il finestrino lato guida. In altre inquadrature si nota il veicolo muoversi lentamente mentre l’agente si sposta di lato: i video, dicono gli stessi cronisti locali, “raccontano storie parzialmente diverse”. Ma nessuna immagine mostra un agente investito.

Secondo la ricostruzione iniziale del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS), l’agente avrebbe agito per legittima difesa: la conducente avrebbe “armato” il veicolo per travolgere i federali. Questa narrazione è stata smentita con durezza dal sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, che dopo aver visionato i video l’ha definita senza mezzi termini “una stronzata” e “una narrazione spazzatura”. Al coro delle critiche si è aggiunto il governatore del Minnesota, Tim Walz, che ha invitato i cittadini a “non credere alla macchina della propaganda” e ha promesso un’indagine completa e rapida. Le indagini sono state affidate all’FBI e alle autorità statali.

Il video di Trump e la spaccatura politica

Poche ore dopo i colpi, Donald Trump pubblica su Truth Social un video che, a suo dire, dimostrerebbe il tentato investimento dell’agente e quindi la legittima difesa. Il DHS ribadisce la linea: la donna avrebbe “tentato di uccidere” i funzionari federali. Ma la verifica giornalistica dei filmati diffusi online – comprese le immagini rilanciate dallo stesso Trump – non supporta in modo chiaro quelle affermazioni: nelle riprese disponibili l’agente si scansa mentre l’auto avanza lentamente e poi spara; subito dopo lo si vede muoversi senza apparenti ferite gravi. La contrapposizione fra il racconto presidenziale e i video alimenta l’indignazione pubblica e le proteste in città.

Il Minnesota è da settimane al centro di una maxi-operazione federale che la stessa amministrazione definisce “la più grande di sempre” nello Stato: numeri ufficiosi parlano di circa 1.500 agenti ICE della divisione Enforcement and Removal Operations e 650 di Homeland Security Investigations. In questo clima, le parole di Trump e la replica tagliente di Frey e Walz fanno da detonatore.

Chi era Renee Nicole Macklin Good

Renee Nicole Macklin Good aveva 37 anni, tre figli, amava la scrittura e la poesia. Si era trasferita di recente in Minnesota e, raccontano i familiari, non aveva militanze politiche o precedenti penali significativi. Le agenzie sottolineano la sua identità di cittadina statunitense e il suo profilo personale, lontano dall’immagine di “terrorista domestica” evocata da alcune dichiarazioni federali. La discrepanza fra biografia e narrativa istituzionale aumenta il senso di smarrimento nella comunità.

“Bullshit”: la parola che cambia il tono

A incendiare ulteriormente il dibattito è la scelta linguistica del sindaco Jacob Frey, che in conferenza stampa ha dichiarato: “Avendo visto il video con i miei occhi, voglio dirlo a tutti direttamente: è una stronzata”. Ha accusato gli agenti federali di “seminare caos” e ha chiesto a ICE di “andarsene da Minneapolis”. Il governatore Tim Walz ha definito la versione federale “propaganda” e ha promesso “un’indagine piena, giusta e rapida”. Dichiarazioni tanto insolite nel loro lessico quanto indicative della frattura istituzionale fra città, Stato e Amministrazione federale.

Un’operazione federale contestata

L’episodio avviene nel contesto di un’ampia campagna di enforcement focalizzata anche su presunte frodi e irregolarità collegate a segmenti della comunità somala del Minnesota. La presenza massiccia di agenti federali – con unità ICE e HSI dispiegate in città e cintura urbana – ha alimentato tensioni già alte in una metropoli segnata ancora dall’omicidio di George Floyd nel 2020. Le proteste successive alla sparatoria, con centinaia di persone in strada e cariche di dispersione, hanno spinto le autorità a chiudere scuole e a predisporre misure speciali d’ordine pubblico.

La Casa Bianca e il DHS difendono il dispositivo: “Legittima difesa” e “terrorismo domestico” sono le parole-chiave con cui incardinano l’accaduto. La Città di Minneapolis e lo Stato del Minnesota parlano invece di “uso di forza sproporzionato” e “intervento evitabile”. In mezzo, la cittadinanza che chiede trasparenza e la famiglia di Renee che pretende risposte.

Oltre il caso: il precedente che si profila

La morte di Renee si inserisce in una serie di incidenti controversi legati a operazioni di immigrazione e ordine pubblico, in cui la presenza di video girati da civili modifica in tempo reale il campo di battaglia informativo. Qui, la combinazione fra un’operazione federale massiva, il terreno simbolico di Minneapolis e un lessico politico estremizzato – “terrorismo domestico” da un lato, “stronzata” dall’altro – rischia di trasformare un fascicolo giudiziario in un precedente destinato a pesare sulle future regole d’ingaggio in aree urbane.

Se l’inchiesta dovesse stabilire che non c’era una minaccia letale imminente, l’apertura del fuoco verrebbe letta come eccesso di legittima difesa. Se invece emergessero prove – ad esempio nuove immagini non pubbliche – in grado di documentare un reale pericolo per l’agente, il caso potrebbe spostarsi sul terreno della tragedia in operazione, con assunzione limitata di responsabilità disciplinare. In entrambe le ipotesi, resterà il nodo politico: fino a che punto l’enforcement federale può operare nelle città senza coordinamento e senza corroderne la fiducia civica?