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il fronte aperto

“Notte di fuoco a Caracas”: il Venezuela accusa gli Stati Uniti di un blitz per catturare Maduro. Il governo parla di 100 morti

Tra accuse incrociate, un bilancio provvisorio di sangue e un Paese sospeso: cosa sappiamo davvero dell’operazione che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e perché i suoi effetti rischiano di travolgere l’intera regione

Redazione La Sicilia

08 Gennaio 2026, 07:45

07:56

“Notte di fuoco a Caracas”: il Venezuela accusa gli Stati Uniti di un blitz per catturare Maduro. Il governo parla di 100 morti

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La lampada a petrolio illumina una stanza senza corrente a Caracas. Dalla finestra arrivano ancora gli echi di colpi e rotori. Nella tv di Stato, il volto di Diosdado Cabello promette vendetta e scandisce un numero che gela l’aria: 100. Tanti, sostiene il governo venezuelano, i morti causati da un’operazione militare statunitense con un obiettivo preciso: “catturare Nicolás Maduro”. Poche ore dopo, dalle redazioni internazionali filtrano frammenti: funerali di soldati, un atto di accusa che passa dai tribunali alla geopolitica, e una domanda che incombe su America Latina ed Europa: dove finisce la “lotta al narcotraffico” e dove comincia la violazione della sovranità?

Cosa è accaduto: la sequenza essenziale

Secondo ricostruzioni convergenti, nelle prime ore di sabato 3 gennaio 2026 forze degli Stati Uniti hanno operato in aree della capitale e di regioni del nord del Venezuela, neutralizzando difese e intervenendo su obiettivi sensibili. L’azione, descritta a Washington come una “operazione di law enforcement con supporto militare” volta a eseguire capi d’accusa pendenti negli USA contro Maduro sin dal 2020, si è conclusa con la cattura dell’ex presidente e di sua moglie Cilia Flores, poi trasferiti negli Stati Uniti e presentati a un tribunale federale di New York il 5 gennaio, dove hanno respinto le accuse.

Sul terreno, il governo di Caracas denuncia un attacco “terribile”. Il ministro dell’Interno Diosdado Cabello indica un bilancio di “almeno 100 morti e un numero simile di feriti”. Le forze armate venezuelane pubblicano separatamente un elenco con 23 caduti in uniforme. Nelle stesse ore Cuba parla di 32 propri militari e agenti dell’intelligence uccisi in territorio venezuelano. Nel complesso, un conteggio tutt’altro che definitivo.

Una cifra, molte ferite: il bilancio delle vittime

Le autorità venezuelane non avevano finora diffuso numeri complessivi: la dichiarazione di Cabello in tv costituisce la prima stima ufficiale a tre giorni dall’operazione. Nelle sue parole, “una parte consistente” della scorta presidenziale sarebbe stata uccisa “a sangue freddo”.

L’Esercito bolivariano elenca 23 militari caduti; alcune ricostruzioni giornalistiche avevano inizialmente parlato di 40 morti complessivi, poi di 80, prima del dato politico dei 100. La discrepanza fra cifre indica una fase ancora confusa di accertamenti.

L’Avana dichiara due giorni di lutto nazionale e diffonde i nomi dei 32 caduti cubani “impegnati in missioni su richiesta del governo venezuelano”. Washington riconosce la presenza di personale cubano ma non conferma i numeri.

WashingtonCaracas hanno diffuso un resoconto dettagliato dei luoghi colpiti o della sequenza tattica completa. Elenchi circolati via stampa regionale includono basi militari e infrastrutture strategiche nella capitale e nei dintorni, ma restano informazioni parziali, da trattare con cautela.

Chi guida il Venezuela nelle ore successive

Con Maduro in custodia negli Stati Uniti, la vicepresidente Delcy Rodríguez giura come “presidente ad interim” a Caracas il 5 gennaio, su indicazione della Corte Suprema venezuelana. Il quadro di legittimità resta contestato: Rodríguez richiama l’ordine costituzionale; parte della comunità internazionale mette in discussione la mossa.

Il versante giudiziario: dal 2020 all’udienza di New York

La base legale rivendicata da Washington è l’incriminazione per narco-terrorismo e traffico di droga presentata a Manhattan nel 2020 contro Nicolás Maduro e altri esponenti del potere venezuelano (il cosiddetto “Cartel de los Soles”). In aula, il 5 gennaio 2026, Maduro e Cilia Flores si dichiarano non colpevoli; la difesa annuncia che impugnerà la legalità del sequestro in territorio straniero e la giurisdizione. È un terreno scivoloso, con precedenti (da Manuel Noriega in poi) che alimentano un confronto aperto sul diritto internazionale e su eventuali immunità di capo di Stato.

La posizione degli Stati Uniti: “Operazione mirata, non una guerra”

Dalla Casa Bianca e dal Dipartimento di Stato filtra una narrazione coerente: non un conflitto contro il Venezuela, ma un’azione di polizia transnazionale “contro organizzazioni del narcotraffico” che minacciano la sicurezza statunitense. Il segretario di Stato Marco Rubio definisce una road map in tre fasi: stabilizzazione, recupero economico (compresa la filiera del petrolio), transizione politica. Parallelamente, il dispositivo navale e aereo impiegato viene progressivamente ridotto nei Caraibi dopo il conseguimento dell’obiettivo principale.

Il nodo del petrolio: tra sequestri di navi e “vendite sotto supervisione USA”

L’operazione ha un’immediata ricaduta sul dossier energetico. A Washington si parla apertamente di gestire e vendere, “per conto del popolo venezuelano”, partite di greggio rimaste bloccate dalle sanzioni, mentre proseguono le azioni contro la cosiddetta “dark fleet” che trasporta petrolio venezuelano o iraniano eludendo i controlli. Due petroliere vengono sequestrate nell’Atlantico e nei Caraibi; le autorità statunitensi ipotizzano la messa in mercato di 30–50 milioni di barili nel breve periodo. Pdvsa valuterebbe intese per vendite “autorizzate” verso gli USA; Pechino protesta per la violazione della sovranità venezuelana. Un dossier, questo, capace di incidere sul prezzo globale del greggio e sugli equilibri interni al Venezuela, dove l’industria energetica richiederebbe investimenti stimati nell’ordine di oltre 100 miliardi di dollari.

Che cosa c’è sul tavolo adesso

Il procedimento negli Stati Uniti contro Maduro: l’imputazione per narco-terrorismo e traffico di droga, formalizzata nel 2020, è il pilastro legale dell’esecutivo americano. La difesa punta su immunità e illegittimità del trasferimento forzoso. La giurisprudenza è controversa e l’esito tutt’altro che scontato.

La legittimità della presidenza ad interim di Delcy Rodríguez in Venezuela: base costituzionale rivendicata a Caracas, contestazioni all’estero; il rischio è una lunga paralisi istituzionale con effetti economici e umanitari.

Il versante energetico: gli USA segnalano la volontà di “supervisionare” flussi e vendite di greggio venezuelano in una fase di “stabilizzazione”. Sul piano reputazionale e giuridico la partita è delicata: una percezione di “spoliazione” rischia di alimentare nuovo risentimento antiamericano nella regione.

La tenuta dell’ordine internazionale: la seduta del Consiglio di Sicurezza è un promemoria dell’impossibilità, politica prima ancora che legale, di fissare standard condivisi sull’uso della forza fuori da contesti autorizzati. Il veto statunitense congela l’Onu, ma non il dibattito globale.

Il dibattito negli Stati Uniti: realpolitik o pericoloso precedente?

All’interno degli USA si confrontano due linee: chi saluta la “detenzione” di Maduro come un atto di forza contro il narcotraffico, e chi denuncia un “furto di petrolio” mascherato da missione giudiziaria, con potenziali ricadute destabilizzanti. La proposta a tre fasi illustrata dal Dipartimento di Stato — stabilizzazione, ripresa, transizione — punta a blindare gli obiettivi strategici (sicurezza e energia) dentro un quadro di “beneficio al popolo venezuelano”. Ma il dibattito su costi, legalità e finalità ultime è solo all’inizio, e attraversa l’intero spettro politico americano.